Sigonella, il no di Crosetto a Trump e il richiamo a quella notte del 1985 quando Craxi sfidò Reagan

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il flashback è quasi obbligato, considerata la potenza evocativa di quel nome: Sigonella. La fotografia in bianco e nero, quella del 10 ottobre 1985, ritrae un aereo civile al centro di una pista siciliana, circondato da due cerchi concentrici di forza pubblica – prima i carabinieri e gli avieri italiani, poi, all’esterno, i militari americani – in un braccio di ferro che sembrò poter sfociare in uno scontro armato tra alleati. Allora, a fronteggiare il presidente americano Ronald Reagan, fu il presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi, che rifiutò di consegnare i terroristi palestinesi del dirottamento della Achille Lauro. Oggi, a quasi quarantuno anni di distanza, la base in provincia di Catania torna al centro di una crisi diplomatica silenziosa, consumata a poche settimane dall’inizio del conflitto tra gli Stati Uniti e l’Iran.

La notizia, anticipata dal Corriere della Sera, racconta di un "no" secco che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha opposto a una richiesta degli Stati Uniti per l’utilizzo della base aerea. Una decisione che, nelle intenzioni dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni – pur volendo mantenere i toni su un piano squisitamente tecnico – evoca inevitabilmente lo spirito di autonomia di quella notte lontana. La vicenda, che si è svolta nei giorni scorsi, ha visto come protagonista il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano. È stato lui, informato dall’Aeronautica Militare che alcuni velivoli statunitensi avevano già inoltrato un piano di volo prevedendo lo scalo a Sigonella prima di dirigersi verso il Medio Oriente, a dover constatare l’assenza di una procedura fondamentale: nessuno aveva chiesto l’autorizzazione preventiva, né aveva consultato i vertici militari italiani.

Le verifiche effettuate hanno stabilito che non si trattava di voli di routine o logistici, cioè di quelle attività che rientrano automaticamente negli accordi bilaterali tra Roma e Washington. Erano, invece, bombardieri diretti a partecipare alle operazioni belliche contro l’Iran: un'evenienza che, per essere autorizzata, richiede non solo una consultazione, ma, come lo stesso Crosetto aveva ricordato in Parlamento, anche il coinvolgimento delle Camere. Ricevuta la comunicazione mentre i velivoli erano già in volo, Portolano ha contattato il ministro, il quale ha impartito l’ordine di negare l’accesso alla base. La risposta è stata chiara: quegli aerei non potevano atterrare perché sprovvisti dell’autorizzazione e, soprattutto, perché mancava qualsiasi forma di concertazione preventiva.

Tra i primi a commentare, il leader di Azione Carlo Calenda, il quale ha definito la decisione "giusta e corretta", sottolineando che non esiste alcuna ragione per mantenere un "approccio sottomesso" nei confronti di un alleato che, in questo caso, non si è comportato come tale, omettendo di avvisare preventivamente il governo italiano. Anche il generale Roberto Vannacci, a margine di una conferenza stampa di Futuro Nazionale alla Camera, ha espresso un giudizio di continuità piuttosto che di rottura: a suo avviso, il governo ha semplicemente applicato gli accordi vigenti, concedendo quanto previsto dai trattati ma negando ciò che esula da essi, senza che questo rappresenti necessariamente un cambio di postura strategica.

La portata simbolica del gesto, tuttavia, è difficile da ridimensionare. In un momento in cui il governo spagnolo di Pedro Sánchez ha chiuso i propri cieli e basi agli Stati Uniti, la replica italiana – sebbene circoscritta a un singolo caso tecnico – assume i contorni di una presa di posizione. L’effetto di quello che è stato definito un "piccolo no" risuona come un’eco della "grande sfida" di Craxi, quando il leader socialista, rifiutandosi di consegnare i sequestratori della Achille Lauro, impose il principio di sovranità nazionale contro l’improvvisazione armata della superpotenza. In quella circostanza, il Presidente del Consiglio italiano arrivò a circondare i marines con i carabinieri, rischiando un incidente diplomatico che passò alla storia come il più grave tra i due Paesi dal dopoguerra.

Dal punto di vista procedurale, la posizione di Crosetto si è rivelata ineccepibile. L’assenza di una consultazione preventiva, secondo le fonti vicine al ministero, rendeva impossibile qualsiasi altra scelta, pena il mancato rispetto degli impegni presi dall’esecutivo con il Parlamento. A differenza del 1985, quando Reagan ordinò il dirottamento dell’aereo egiziano su Sigonella senza avvisare Roma, questa volta il diniego è arrivato prima dell’atterraggio, chiudendo la partita sul piano amministrativo prima che potesse degenerare in una crisi diplomatica aperta. Washington, al momento, non avrebbe fatto trapelare reazioni ufficiali o proteste formali.

La ricostruzione del caso e le verifiche militari

La dinamica degli eventi, ricostruita attraverso le indiscrezioni di stampa, inizia quando lo Stato Maggiore dell’Aeronautica nota che alcuni velivoli tattici statunitensi avevano inserito nei propri piani di volo lo scalo tecnico a Sigonella. La peculiarità della situazione, e che ha fatto scattare l’allarme, risiede nel fatto che i piani sono stati condivisi solo a volo iniziato, impedendo di fatto qualsiasi forma di preventiva valutazione politica da parte di Palazzo Chigi. Per prassi consolidata, i voli logistici e di supporto rientrano nelle attività ordinarie, mentre le missioni di combattimento richiedono un livello autorizzativo superiore.

Il capo di Stato Maggiore Portolano, preso atto che i velivoli rientravano nella seconda categoria – e che quindi erano fuori dal perimetro del trattato bilaterale – ha immediatamente informato il ministro Crosetto, ricevendo mandato di comunicare agli Stati Uniti il diniego. Una decisione che, secondo quanto riportato, non è stata influenzata da valutazioni geopolitiche di ampio respiro, ma dalla stretta osservanza delle norme che regolano la presenza militare americana sul suolo italiano. La base di Sigonella, struttura mista utilizzata dalla Marina americana e dall’Aeronautica italiana, è da sempre un nodo strategico cruciale per le operazioni nel Mediterraneo centrale e verso il Golfo Persico, ma la sua operatività è vincolata a regole precise.

Le reazioni politiche e il valore simbolico del gesto

Nel dibattito politico italiano, l’opposizione ha colto l’occasione per sottolineare quello che definisce un "cambio di passo" rispetto alla linea finora tenuta dal governo, mentre all’interno della maggioranza si è cercato di smorzare i toni, insistendo sulla natura tecnica e procedurale del rifiuto. La posizione del ministro Crosetto – che in passato si era mostrato particolarmente vicino alle posizioni atlantiste – è stata interpretata da alcuni osservatori come un tentativo di rassicurare l’ala più sovranista della coalizione, messa alla prova dai recenti esiti referendari, senza però intaccare il rapporto con l’amministrazione Trump.

Restano fuori dal dibattito, per ora, gli sviluppi giudiziari o le eventuali ripercussioni sul piano delle forniture militari; il caso si è concentrato esclusivamente sull’applicazione delle regole. Ciò che accomuna le due crisi, quella del 1985 e quella del 2026, è il "fattore Sigonella": una pista d’atterraggio che, per la sua posizione geografica strategica, diventa inevitabilmente il termometro dei rapporti di forza tra Roma e Washington. Se nel 1985 fu l’uccisione del passeggero Leon Klinghoffer a scatenare la furia di Reagan, oggi è l’escalation in Iran a mettere alla prova la tenuta delle alleanze. In entrambi i casi, il governo italiano ha scelto di non piegarsi all’improvvisazione dell’alleato, rivendicando il diritto a essere consultato prima di diventare piattaforma di lancio per una guerra.

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