La notte del no a Sigonella: quando il governo Meloni ha detto stop ai bombardieri americani
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Redazione Interno
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La dinamica che ha portato alla sospensione dell’atterraggio di velivoli militari statunitensi presso la base di Sigonella, in Sicilia, si è consumata in poche ore, in una notte che ha riaperto le ferite mai del tutto rimarginate della storia italiana e delle sue complesse relazioni con gli Stati Uniti. A dare l’allarme, secondo quanto ricostruito, è stato il capo di stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, informato dall’Aeronautica Militare circa un piano di volo che vedeva alcuni bombardieri americani – già in aria – diretti verso il Medio Oriente con l’intenzione di effettuare una tappa tecnica nella base siciliana. Il problema, sollevato immediatamente dai vertici militari, risiedeva nella natura della missione: non si trattava di un volo logistico di routine, coperto dai trattati bilaterali in vigore dal 1954, bensì di un’operazione potenzialmente offensiva, la cui autorizzazione richiede non solo il via libera del governo ma anche, in certi casi, un passaggio formale in Parlamento.
Fu a quel punto che entrò in gioco il ministro della Difesa, Guido Crosetto, il quale – dopo essere stato aggiornato sull’evoluzione della situazione – assunse una decisione che non ammetteva margini di trattativa. Contattata la premier Giorgia Meloni poco dopo la mezzanotte, Crosetto ottenne il consenso per procedere al diniego; una valutazione condivisa in tempo reale, che escludeva la possibilità di una consultazione parlamentare stante l’urgenza dettata dal fatto che gli aerei erano già in volo. Il “no” venne quindi comunicato al comando statunitense, con la motivazione che, in assenza di una preventiva consultazione e di una chiara autorizzazione politica per una missione che usciva dal perimetro degli accordi esistenti, lo scalo non poteva essere concesso. Un gesto che, per la sua immediatezza e per il contesto geopolitico incandescente – quello della guerra tra Stati Uniti e Iran – ha riacceso i riflettori su un tema cruciale: i limiti della sovranità nazionale nell’uso delle basi militari straniere sul territorio italiano.
Un precedente storico tra viale di fiori e il caso Achille Lauro
Il parallelismo con il passato è stato inevitabile, evocando la celebre vicenda del 1985 che vide protagonista un altro presidente del Consiglio, Bettino Craxi, di fronte a un’intimazione altrettanto pressante da parte dell’amministrazione americana di Ronald Reagan. In quella circostanza, l’allora leader socialista oppose un secco rifiuto alla consegna dei sequestratori della nave da crociera Achille Lauro, i quali erano stati intercettati da aerei militari Usa mentre tentavano la fuga e costretti ad atterrare proprio a Sigonella. Craxi, assumendosi una responsabilità politica enorme che sfidò apertamente il più potente alleato occidentale, rivendicò la giurisdizione italiana, dando vita a un braccio di ferro che divenne simbolo di una certa autonomia decisionale del paese nella gestione delle crisi internazionali.
A distanza di quarant’anni, il ministro Crosetto si è trovato a gestire una pressione di segno diverso ma non meno delicata, con la differenza sostanziale che, nel caso attuale, la richiesta di atterraggio è stata negata prima ancora che l’aereo toccasse il suolo italiano, evitando lo scontro fisico ma sancendo un principio giuridico ben preciso. Se nel 1985 si discuteva della consegna di persone già presenti sul suolo nazionale, oggi il dibattito ruota attorno all’interpretazione degli accordi che regolano la presenza militare americana in Italia. Il governo, attraverso la nota diffusa da Palazzo Chigi, ha ribadito che i rapporti con Washington restano “solidi e basati su una cooperazione piena e leale”, ma ha sottolineato come “ogni richiesta venga esaminata caso per caso” e nel pieno rispetto degli accordi internazionali.
Il braccio di ferro politico e le reazioni delle opposizioni
Nonostante le rassicurazioni provenienti dal governo circa la tenuta dell’alleanza atlantica, il caso ha immediatamente alimentato il confronto politico nazionale. Le opposizioni, in particolare il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, hanno letto il diniego come la conferma di una necessità improrogabile: quella di trasformare quello che è stato un atto dovuto in una linea politica strutturale, una regola e non più un’eccezione. La segretaria dem Elly Schlein ha spinto affinché questo “no” diventi un precedente vincolante per il futuro, impedendo che richieste “improprie” – come le ha definite – possano essere accolte senza il vaglio preventivo del Parlamento, unica sede deputata a legittimare scelte che potrebbero esporre l’Italia a un coinvolgimento diretto in conflitti non condivisi.
Il Movimento 5 Stelle, dal canto suo, ha rivendicato di aver per primo sollevato il tema dei movimenti radar sospetti nella base siciliana, chiedendo con insistenza la massima trasparenza su ciò che accade nelle strutture militari italiane. Il clima politico, dunque, si è fatto rovente, con le forze di minoranza che accusano l’esecutivo – seppur autore del gesto – di aver finora navigato a vista, cercando di bilanciare il rapporto privilegiato con l’amministrazione Trump con le oggettive difficoltà derivanti da una base sociale e parlamentare ostile a qualsiasi escalation bellica. Il riferimento è alla posizione che ha definito l’intervento in Iran “al di fuori del perimetro del diritto internazionale”, una presa di distanza netta ma che, secondo i critici, è stata tardiva e dettata più dalle pressioni interne che da una strategia consapevole.
L’equilibrio sottile tra fedeltà atlantica e autonomia decisionale
La notte del no a Sigonella rappresenta, in definitiva, il punto di emersione di una tensione latente che attraversa la compagine di governo da settimane. Da un lato, c’è la volontà di non apparire come un alleato scomodo nei confronti di un presidente americano, Donald Trump, rieletto e con il quale la premier Meloni ha sempre coltivato un rapporto di reciproca stima; dall’altro, la consapevolezza che il paese non può né intende farsi trascinare in una guerra che la stragrande maggioranza degli italiani e delle forze politiche (con l’eccezione di alcune frange) considera estranea agli interessi nazionali. Il ministro Crosetto, in un messaggio sui social, ha cercato di ridimensionare la portata dell’evento, spiegando che si è trattato semplicemente dell’applicazione di quanto previsto dai trattati, che “regolano e distinguono chiaramente ciò che richiede specifica autorizzazione del governo” e ciò che invece è tecnicamente autorizzato.
Eppure, la posta in gioco è alta. Con la Spagna che ha già chiuso il proprio spazio aereo agli aerei impegnati nelle operazioni contro l’Iran e la Francia che ha negato il sorvolo per il trasferimento di armamenti, l’Italia si inserisce in un quadro europeo caratterizzato da una crescente insofferenza verso le scelte unilaterali di Washington. Il governo italiano ha scelto la strada del rifiuto, ma ha cercato contemporaneamente di smussarne gli angoli più taglienti, insistendo sulla natura procedurale della decisione. L’episodio, tuttavia, ha lasciato un segno: la politica estera del paese, per quanto ancorata alla Nato, rivendica un margine di azione che nei momenti cruciali si traduce nella difesa intransigente delle procedure costituzionali e della sovranità nazionale, evitando scivolamenti verso un conflitto che Roma ha più volte dichiarato di non voler combattere.




