Sigonella, il no del governo Meloni e quel precedente del 1985 che pesa sulla storia
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Redazione Interno
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C’è una sorta di mania, nel racconto politico italiano, per il precedente storico, quasi che il presente non bastasse a se stesso e avesse bisogno di una legittimazione continua da ciò che è già accaduto. Così, puntualmente, la vicenda di questi giorni – il diniego opposto dal governo all’utilizzo della base di Sigonella per il transito di velivoli militari statunitensi diretti in Medio Oriente – è stata immediatamente etichettata come «un’altra Sigonella», con il richiamo automatico al 1985, a Bettino Craxi e a Ronald Reagan. Un parallelo suggestivo, quello con la notte in cui il presidente del Consiglio socialista impedì ai militari americani di impossessarsi dei terroristi dell’Achille Lauro, ma che rischia di appiattire una realtà molto più sfumata. Perché se è vero che il denominatore comune resta la sovranità nazionale, allora come oggi in gioco, è altrettanto vero che la natura di quella sovranità è profondamente mutata. Allora era una sovranità fisica, territoriale, concretissima: chi controllava una pista di atterraggio, chi aveva giurisdizione su alcuni uomini, chi poteva disporre del passaggio di un aereo dirottato. Oggi, invece, quella sovranità si declina in termini strategici: riguarda la capacità di decidere se una base italiana, per quanto integrata in un’alleanza, possa diventare o meno piattaforma logistica di una guerra.
La linea del governo, in questo frangente, appare chiara nei fatti ma ancora tutta da decifrare nella sua portata politica. Il via libera all’uso delle basi per attività di routine è scontato, così come lo è il no a un utilizzo che implichi un coinvolgimento diretto in operazioni belliche non autorizzate dal Parlamento. Il caso di venerdì scorso, quando l’Aeronautica militare italiana ha rilevato dai piani di volo che alcuni bombardieri americani – già in aria – intendevano fare scalo a Sigonella prima di proseguire verso l’Iran, ha innescato un meccanismo verticistico e immediato. Il capo di Stato maggiore della Difesa, informato dal numero uno dell’Aeronautica, ha contattato il ministro Guido Crosetto, il quale, accertato che non si trattava di un volo logistico coperto dagli accordi bilaterali del 1954, ha negato l’autorizzazione. Tertium non datur, ha scritto il ministro sui social, a spiegare che tra autorizzazione dovuta e divieto non c’è spazio per interpretazioni.
Si tratta, a tutti gli effetti, di un gesto di orgoglio nazionale compiuto al cospetto del nostro principale alleato, e in questo senso l’ombra del 1985 è lunga. Ma il contesto, e le reazioni, non potrebbero essere più diversi. Allora, tra Roma e Washington si sfiorò una crisi diplomatica gravissima, con carabinieri e militari americani di fronte sull’asfalto. Stavolta, invece, sia Palazzo Chigi che il Pentagono si sono affrettati a smorzare i toni, sottolineando la solidità dei rapporti e la correttezza formale della procedura. «L’Italia rispetta i trattati», ha dichiarato un funzionario del Pentagono, confermando che la decisione del governo Meloni è stata in perfetta linea con gli accordi vigenti. Il ministro Crosetto ha ribadito il concetto: «Non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli Usa, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi».
L’equilibrio sottile tra lealtà atlantica e interesse nazionale
Questa decisione, per certi versi dovuta in ottemperanza a un obbligo giuridico preciso, porta con sé un evidente calcolo politico. Da tempo, l’opposizione accusa la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, di remissività se non di servilismo nei confronti dell’amico Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con la retorica degli «America first». Il no di Sigonella diventa così l’occasione per esibire una schiena dritta, la prova che l’Italia, quando è in gioco l’interesse nazionale, sa tenere una posizione autonoma persino di fronte al gigante americano. Una mossa che arriva mentre la Spagna di Pedro Sanchez, reduce dall’aver chiuso il proprio spazio aereo agli stessi velivoli, guarda a Roma con un certo sollievo, quella sensazione di non essere più isolata nell’aver detto «basta» all’uso del proprio territorio come rampa di lancio per un conflitto percepito come illegale.
Il governo, tuttavia, naviga in acque agitate. Le opposizioni, dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle, chiedono a gran voce che l’esecutivo venga in Parlamento a chiarire la linea, trasformando quella che è stata una decisione d’emergenza – presa in pochi minuti per intercettare un volo già in rotta – in una politica strutturale. «Negare l’autorizzazione non può essere una decisione sporadica, deve diventare una linea politica espressa con chiarezza», ha attaccato la segretaria dem Elly Schlein, mentre dai pentastellati arriva l’accusa più dura: che gli Stati Uniti, nella presunzione di poter usare le basi italiane a piacimento, abbiano contato sull’acquiescenza della premier. Crosetto, dal canto suo, ha respinto al mittente ogni suggestione di una rottura, insistendo sulla continuità con quanto già ribadito in Parlamento e nel Consiglio Supremo di Difesa.
Il vuoto lasciato dalla mancata consultazione preventiva
A rendere l’episodio particolarmente significativo, sul piano delle relazioni internazionali, è proprio la dinamica con cui si è consumato. La richiesta di autorizzazione non è mai arrivata, perlomeno non nei tempi e nelle forme previste. Il piano di volo è stato comunicato agli italiani solo a velivoli già in aria, quando ormai la decisione – lasciarli atterrare o respingerli – doveva essere presa in pochi minuti, senza il tempo di un confronto parlamentare o di una valutazione politica allargata. È in questo spazio, in questa zona grigia tra la normalità operativa e l’eccezione bellica, che si gioca la partita più delicata per il futuro delle basi italiane.
Sigonella, definita la «portaerei del Mediterraneo», è da decenni un nodo nevralgico per la logistica Nato. Il governo ha ribadito che le basi restano attive e che nulla è cambiato, ma il messaggio implicito è chiaro: anche un alleato privilegiato come gli Stati Uniti, oggi guidato da un presidente che non ha mai nascosto il suo disprezzo per le formalità, è tenuto a rispettare le procedure. Edward Luttwak, influente consulente strategico americano, ha liquidato la vicenda con sarcasmo, parlando di un eccesso di burocrazia e suggerendo ironicamente che il Pentagono impari a usare la carta bollata. Ma la sua irritazione, in realtà, tradisce proprio la novità della situazione: l’aspettativa di Washington di poter disporre delle infrastrutture alleate senza intoppi si è scontrata con un’Italia che, per una volta, ha fatto valere la lettera dei trattati.
Il futuro dell’uso delle basi nelle mani del Parlamento
Resta ancora tutto da capire, però, come questo episodio si tradurrà in una linea d’azione stabile. La premier Meloni, nelle scorse settimane in Parlamento, aveva già messo in chiaro che qualsiasi utilizzo delle basi non contemplato negli accordi tecnici avrebbe richiesto l’approvazione delle Camere. In questo caso, non c’è stato il tempo materiale per farlo, e l’esecutivo ha agito in autonomia, assumendosi la responsabilità di un veto che ha effetti politici immediati. Ora, la palla passa al Parlamento, chiamato a trasformare un episodio contingente in un indirizzo vincolante.
La sovranità nazionale, dunque, non si esercita più solo sulla pista di un aeroporto, ma si gioca nella capacità di definire regole chiare e farle rispettare, anche quando a chiedere una deroga è l’alleato più potente. Il gesto di questi giorni, che richiama inevitabilmente alla memoria l’intransigenza craxiana di quarantun anni fa, dimostra che il «nano italiano» può ancora permettersi il lusso di dire no. Ma mentre nel 1985 fu un atto di forza compiuto in una notte di tensione internazionale, oggi il rifiuto si presenta come l’applicazione asettica di un protocollo: un atto dovuto, più che eroico, la cui vera portata si misurerà nella capacità di mantenerlo nel tempo, senza arretramenti.




