Caracciolo e il 25° emendamento: si discute (di nuovo) della rimozione di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il dibattito sulle tensioni diplomatiche tra Roma e Washington, che ha recentemente coinvolto il presidente Donald Trump e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha offerto lo spunto per un’analisi più profonda, incentrata sullo stato di salute della presidenza americana. Ospite di un talk show televisivo, il direttore di Limes Lucio Caracciolo ha gettato luce su quello che definisce un “pressing” crescente negli Stati Uniti: l’ipotesi, sempre meno tabù, di fare ricorso al 25° emendamento della Costituzione. Questa procedura, come ha spiegato Caracciolo, non riguarda solo i casi di incapacità fisica, ma potrebbe rappresentare lo strumento per una rimozione anticipata del presidente qualora si configurasse una crisi politica o – come molti sostengono – una forma di “incapacità” mentale tale da minare la stabilità dell’esecutivo.

Il fantasma dell’incapacità e la fedeltà del Congresso

La macchina della propaganda e della controinformazione, tipica della politica a stelle e strisce, si è messa in moto attorno alla figura di Trump, ormai da un anno, due mesi e 26 giorni alla guida della nazione. Sebbene i dubbi sulla sua salute mentale rimbalzino dai talk show ai social network, sembra che questi sospetti non abbiano ancora “contagiato” il Congresso, dove la maggioranza repubblicana tiene botta, mantenendo una linea di fedeltà quasi assoluta al presidente. Eppure, il malessere serpeggia tra gli elettori; un vecchio sondaggio di Reuters, condotto prima delle ultime turbolenze in Iran, fotografava un dato eloquente: il 61% degli statunitensi è convinto che Trump sia diventato più incostante con l’avanzare dell’età. Una percezione, quella di una mente non più “acuta e capace”, che con il passare dei mesi sembra aver trovato nuovo combustibile, alimentando la discussione sul 25° emendamento come estrema ratio per porre fine a un mandato percepito da molti come sempre più imprevedibile.

Il pensiero trumpiano e l’estremismo comunicativo

Dalla rielezione del 5 novembre 2024, e dal successivo insediamento del 20 gennaio 2025, il secondo mandato di Donald Trump ha assunto i contorni di un’era geologica piuttosto che di una semplice amministrazione. Il suo “estremismo comunicativo”, come viene definito da alcuni analisti, ha rotto ogni argine, riempiendo lo spazio della cronaca con un flusso inarrestabile di dichiarazioni. Non si contano più gli episodi: dagli attacchi frontali a Papa Leone (fino a definirlo “un disastro” in un post che ha scatenato l’ira vaticana), fino alla recente escalation verbale riguardo lo “Stretto fottuto” e la minaccia, agghiacciante nella sua brutalità lessicale, di “cancellare una civiltà”. È un flusso di coscienza, quello trumpiano, che sembra seguire una tattica precisa: colpire i target della politica interna per proiettarsi immediatamente sullo scacchiere mondiale, senza filtri e senza la minima aderenza alle regole non scritte della responsabilità istituzionale.

La svolta: dai social al dibattito giudiziario

Ciò che fino a pochi mesi fa poteva apparire come un semplice rumore di fondo – la solita “trumpata” – oggi viene letto in controluce come un possibile sintomo di squilibrio. La discussione sul 25° emendamento non è più un argomento da salotto per intellettuali come Caracciolo, ma è diventata materia di confronto sui media generalisti americani, complice l’escalation retorica delle ultime settimane. Le frasi pronunciate dal presidente, spesso condite da volgarità inaudite per uno studio ovale, vengono ora vagliate non solo dai giornalisti, ma dagli stessi strateghi del Pentagono e dai giuristi di Capitol Hill. Come riportato da fonti di stampa, il riferimento alla possibilità di “radere al suolo” infrastrutture civili ha fatto scattare un campanello d’allarme tale da riportare in auge il dibattito sulla rimozione, un meccanismo che – a differenza dell’impeachment – si concentra sulla capacità fisica e mentale del presidente di svolgere le proprie funzioni, senza necessariamente dover dimostrare un illecito penale.

Tra normalizzazione e resistenza

In questo clima di continua tensione, l’amministrazione tenta di normalizzare l’anomalia. La Casa Bianca, attraverso i suoi portavoce, respinge al mittente le critiche, liquidandole come “falsa narrativa” o attacchi partigiani. Tuttavia, la cronaca degli ultimi giorni racconta di un presidente che fa e disfa alla velocità della luce: un attimo prima minaccia interventi militari drastici, quello dopo viene ripreso dalle telecamere mentre sembra perdere il filo del discorso durante riunioni cruciali. Per i detrattori, si tratta della prova provata di una “deriva”. Per i sostenitori, invece, è solo la dimostrazione di un modo di governare “disruptive”, che terrorizza le elites. Sta di fatto che, mentre Trump continua a governare con pugno di ferro, l’ago della bilancia del consenso popolare si muove, e la discussione sulla sua effettiva tenuta psicofisica – e sul famoso 25° emendamento – non accenna a chiudersi negli archivi.

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