Screening nutrizionale, quella valutazione semplice che mancava per dare forza alle terapie oncologiche
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Redazione Salute
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La perdita di peso, nei pazienti con tumore, non è mai un dettaglio trascurabile: è spesso il sintomo silenzioso di un metabolismo che il cancro ha letteralmente dirottato, sottraendo centinaia di calorie al giorno e grammi preziosi di proteine ai muscoli [1], eppure per decenni questa evidenza è rimasta ai margini del dibattito clinico. Un ritardo che ha prodotto conseguenze misurabili non solo nella qualità della vita dei malati, ma negli stessi esiti delle terapie. È in questo quadro che si inserisce l’approvazione, in Commissione Bilancio al Senato, dell’emendamento 64.3 – primo firmatario la senatrice Elena Murelli – che introduce in modo strutturale, all’interno della Legge di Bilancio 2026, un programma di screening nutrizionale obbligatorio per i pazienti oncologici [6]. Un intervento normativo, questo, che ha il merito di trasformare quella che fino a ieri era una raccomandazione spesso disattesa in un diritto esigibile, e che costringe le realtà regionali – alcune delle quali, come Lombardia, Campania e Sicilia, si erano già mosse in autonomia – a uniformarsi a uno standard nazionale di presa in carico [6].
Il riconoscimento formale della nutrizione come terapia di supporto essenziale arriva dopo anni di sollecitazioni da parte delle società scientifiche e delle associazioni dei pazienti. Basti ricordare che nel 2016 Favo, insieme ad Aiom e Sinpe, aveva redatto la Carta dei diritti del malato oncologico all’appropriato e tempestivo supporto nutrizionale [7]; un documento che già allora individuava nello screening precoce il primo tassello di un percorso che il ministero della Salute avrebbe recepito nelle linee di indirizzo del 2017, ma che nei fatti è rimasto inapplicato in molte aree del Paese [7]. Oggi, quell’intuizione trova finalmente copertura legislativa, e non si tratta di un dettaglio procedurale: perché registrare in cartella clinica gli esiti della valutazione nutrizionale significa rendere quella valutazione tracciabile, misurabile e, soprattutto, non più eludibile da parte delle strutture sanitarie [7].
Il peso della malnutrizione, tra costi umani e sostenibilità del sistema
Non è un caso che i dati citati nel corso dell’evento promosso dalla senatrice Licia Ronzulli – vicepresidente del Senato – in collaborazione con Favo, raccontino una verità clinica difficile da ignorare: fino all’ottanta per cento dei malati in fase avanzata sviluppa cachessia o sarcopenia, condizioni che triplicano il rischio di complicanze e aumentano del duecentocinquanta per cento la mortalità [7]. A questi numeri, che fotografano la sofferenza dei pazienti e delle loro famiglie, si affiancano però quelli che riguardano la tenuta stessa del Servizio Sanitario Nazionale. Riccardo Caccialanza, che della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia dirige la Dietetica e Nutrizione clinica, ha presentato proprio al Senato i risultati di una recente revisione europea: l’intervento nutrizionale precoce, effettuato con supplementi orali specifici, non solo migliora la massa muscolare e riduce la mortalità a trenta giorni, ma genera risparmi netti che oscillano tra il nove e il dodici per cento, abbattendo i costi di degenza e le riospedalizzazioni [7].
Eppure, nonostante l’evidenza di questi benefici – che hanno spinto anche aziende come Danone Nutricia a sostenere la necessità di un ecosistema integrato tra pubblico e privato [7] – l’accesso agli Alimenti a Fini Medici Speciali continua a essere regolato da criteri profondamente diseguali. In molte Regioni, quei prodotti che per il legislatore dovrebbero essere presidi terapeutici a tutti gli effetti vengono di fatto trattati come beni di consumo, il cui onere economico ricade sulle spalle dei malati [7]. Una disparità che la senatrice Ronzulli ha definito inaccettabile in un sistema che si fonda sul principio di universalità, e che l’onorevole Maria Elena Boschi ha ricondotto a una questione di civiltà: il diritto alla cura non può dipendere dal codice di avviamento postale [7].
L’impegno dei biologi e la costruzione di reti cliniche
Parallelamente al lavoro parlamentare, il fronte scientifico e professionale ha continuato a tessere quella trama di competenze necessaria affinché lo screening non resti un adempimento burocratico, ma diventi pratica clinica diffusa. Ne è testimonianza l’attività della Commissione Alimentazione e Nutrizione dell’Ordine dei Biologi della Calabria, guidata dal dottor Saverio Bruni, che nel corso del 2025 ha insediato una struttura di cinquanta professionisti suddivisi in nove gruppi di studio [3][8]. Tra questi, il gruppo dedicato a Oncologia ed Ematologia rappresenta un tassello fondamentale per la creazione di quelle reti regionali di nutrizione clinica che l’emendamento alla Bilancio intende finanziare con un fondo sperimentale di cinque milioni di euro [1]. La presenza di biologi nutrizionisti formati specificamente su queste patologie non è un valore aggiunto marginale: è il presupposto per tradurre i numeri dello screening in piani terapeutici personalizzati, capaci di intercettare il rischio di malnutrizione ancora prima che si manifesti clinicamente.
Non è un caso che l’emendamento Murelli sia stato accolto con favore da tutte le principali sigle della nutrizione clinica e dell’oncologia italiana – Sinpe, Favo, Acc e Aiom – le quali hanno visto in questo provvedimento non un punto di arrivo, ma l’avvio di una fase nuova in cui la qualità delle cure e l’equità di accesso smettono di essere obiettivi contrapposti [6]. Il tema della disomogeneità territoriale, del resto, era stato sollevato con forza anche in occasione del World Cancer Day, quando l’Ordine dei Biologi della Calabria aveva organizzato a Catanzaro l’unico evento del Sud Italia inserito nel calendario internazionale della giornata mondiale: in quella sede, il dottor Bruni aveva sottolineato come la prevenzione primaria e il supporto nutrizionale ai percorsi di cura siano due facce della stessa medaglia, entrambe dipendenti da una formazione specialistica che oggi, almeno sulla carta, lo Stato si impegna a sostenere [3].
Il diritto alla nutrizione e la memoria delle testimonianze
Nel giorno della presentazione ufficiale dell’iniziativa al Senato – il 4 febbraio 2026, scelto non a caso perché ricorrenza mondiale – la sala degli Atti parlamentari ha ospitato anche voci che quelle carte burocratiche le hanno vissute sulla pelle [7]. Rosanna Banfi, accanto al padre Lino, ha portato una testimonianza che ha scardinato ogni possibile retorica: quando un paziente affronta un tumore, ha detto, prendersi cura della sua nutrizione significa prendersi cura della sua dignità, della forza fisica che serve per affrontare il ciclo successivo di chemioterapia, della speranza che non si riduce a una vaga aspirazione spirituale ma si concretizza in grammi di proteine e chilocalorie [7].
Ed è forse in questo passaggio che si misura il salto culturale imposto dal nuovo quadro normativo. Perché se è vero, come sostengono i clinici, che il tumore sottrae energia all’organismo con la stessa inesorabilità con cui lo invade [1], è altrettanto vero che per decenni abbiamo agito come se l’unica risposta possibile fosse quella di aggredire la malattia, trascurando il terreno su cui quella battaglia si combatteva. Oggi, con l’obbligo di registrare in cartella clinica lo stato nutrizionale di ogni paziente oncologico [6], quel terreno diventa finalmente visibile, misurabile, curabile. E la politica, attraverso un emendamento alla legge finanziaria, ha smesso di considerare la nutrizione un accessorio del percorso terapeutico per riconoscerla come parte integrante e strutturale del diritto alla salute.
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