Vigilessa uccisa, le associazioni escluse dal processo: "Non è femminicidio"
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Redazione Interno
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Il processo a Giampiero Gualandi, 63enne ex comandante della Polizia locale di Anzola Emilia, accusato dell’omicidio della collega Sofia Stefani, 33 anni, è iniziato tra le polemiche. La Corte d’Assise di Bologna, presieduta dal giudice Pasquale Liccardo, ha escluso dalle parti civili cinque associazioni per la difesa dei diritti delle donne – Udi, Casa delle donne, Sos donna, Mondo donna e associazione Malala – sostenendo che le circostanze “non permettono allo stato degli atti di ricondurre il fatto alla definizione di femminicidio”. Secondo i giudici, mancherebbero elementi che rimandino a una lesione della sfera di autodeterminazione della donna, ad atti di maltrattamento, discriminazione o prevaricazione, o a violenze tipiche della violenza di genere.
Gualandi, che aveva una relazione extraconiugale con la vittima, è accusato di aver sparato alla Stefani nel maggio 2024, all’interno del suo ufficio, utilizzando la pistola d’ordinanza. La giovane vigilessa, di 30 anni più giovane dell’ex comandante, è stata uccisa in un contesto che i familiari definiscono di manipolazione e abuso di potere. «Pensavamo che Sofia fosse al sicuro. Gualandi aveva un ruolo importante nella società, e l’ha violato anche eticamente. Era un bugiardo manipolatore. Voglio per Sofia verità e giustizia», ha dichiarato la madre di Sofia, Angela Querzè, tra le lacrime.
I genitori della vittima, che hanno seguito con compostezza l’avvio del processo, non nascondono la loro delusione per la decisione della Corte di non riconoscere il caso come femminicidio. «Lei era fragile e ricattabile, lui ne ha approfittato», hanno ribadito, sottolineando come la figlia fosse in una posizione di vulnerabilità rispetto a Gualandi, che ricopriva un ruolo di autorità.
Milli Virgilio, avvocata del Foro di Bologna e già docente universitaria di Diritto penale, ha espresso preoccupazione per quella che definisce una “tendenza preoccupante” a non riconoscere il femminicidio in casi simili. «Lo abbiamo già visto al processo dell’oculista Amato e non solo», ha dichiarato, riferendosi a precedenti in cui la violenza di genere non è stata adeguatamente considerata. Secondo Virgilio, questa tendenza rischia di sminuire la rilevanza pubblica di tali crimini, rendendo più difficile per le vittime ottenere giustizia.




