Case di comunità, il risiko della riforma Schillaci: i medici di base restano il nodo da sciogliere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   VENEZIA. «Sono convinto che troveremo una quadra, nell’interesse dei cittadini». Lo ha detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci, intervenuto a margine della Festa dell’Innovazione de Il Foglio, scegliendo con cura le parole per commentare quel semaforo rosso – dovuto al mancato appoggio della maggioranza – che rischia di far deragliare il suo disegno di riforma della medicina generale.

Se da un lato il titolare del dicastero si mostra cauto ma fiducioso («Questa è un’occasione unica»), dall’altro la macchina amministrativa e i professionisti del settore registrano l’eco di uno scontro che va ben oltre la semplice dialettica politica.

Al centro della contesa, infatti, non c’è solo il rinnovo di un contratto, ma la tenuta stessa delle Case di comunità: oltre duemila strutture finanziate con circa due miliardi di euro dal Pnrr che, senza un esercito di camici bianchi disposti a presidiarle, rischiano di trasformarsi in cattedrali nel deserto o, nel migliore dei casi, in servizi dimezzati.

I paletti della maggioranza e il pressing delle Regioni

Il nodo politico è tanto tecnico quanto ideologico. La bozza preparata dal Ministero insieme alle Regioni – che aveva raccolto il consenso unanime dei governatori – prevedeva un sistema duale: mantenere i medici di famiglia come liberi professionisti convenzionati (modello storico del Ssn), ma introdurre la possibilità, per i territori in sofferenza, di ricorrere a contratti da dipendente pubblico per garantire l’orario continuato nelle nuove sedi. Eppure, questa ipotesi di "dipendenza residuale" è andata immediatamente in sofferenza tra i banchi del centrodestra.

Il sottosegretario Marcello Gemmato ha ribadito la linea di Fratelli d’Italia: niente camici bianchi trasformati in burocrati stipendiati dallo Stato, perché la via prioritaria resta la convenzione che tutela il rapporto fiduciario con il paziente. Un refrain, questo, che trova eco anche tra le fila della Lega, preoccupata che il provvedimento finisca per snaturare l’essenza del medico di famiglia riducendolo a un anonimo ingranaggio della macchina regionale.

Da parte sua, il ministro Schillaci prova a mediare, consapevole che senza una copertura normativa le Regioni – che devono rispettare i target europei entro la prossima scadenza utile – si troverebbero con strutture ultimategli ultimissimi lavori, ma prive delle risorse umane per farle vivere.

Le ragioni dei sindacati: dallo sciopero alla specializzazione

Sul fronte opposto, quello della categoria, la resistenza è organizzata e per nulla disposta a cedere terreno su alcuni principi cardine. La Fimmg, il principale sindacato dei medici di famiglia, ha già messo in preventivo una lunga mobilitazione, arrivando a ipotizzare lo sciopero se il governo dovesse procedere senza un accordo condiviso.

La loro contrarietà non è generica, ma si concentra su due cavalli di battaglia: il cosiddetto "debito orario" (l’obbligo di trascorrere almeno sei ore settimanali all’interno delle Case di comunità) e la remunerazione per obiettivi, che i camici bianchi bollano come il tentativo di trasformare la cura in una catena di montaggio basata su indicatori astratti. E c’è un altro elemento, forse più sottile ma altrettanto cruciale, che riguarda la formazione.

La riforma punta a istituire una scuola di specializzazione universitaria in Medicina territoriale, equiparando finalmente la figura del medico di base a quella di un neurochirurgo o di un cardiologo. Se da un lato questo potrebbe rendere la professione più attrattiva (risolvendo la cronica carenza di organico), dall’altro i medici in servizio temono una stratificazione interna che finirebbe per delegittimare i titoli già conseguiti o per creare disparità contrattuali.

Il cronometro del Pnrr e l’incognita del personale

Mentre la politica rincorre un accordo che sembra allontanarsi, il tempo scorre inesorabile. La scadenza del 30 giugno – data entro la quale le nuove strutture dovrebbero essere pienamente operative – è ormai alle porte, e con essa il rischio concreto di non rispettare i milestone del Piano di ripresa e resilienza. In alcune aree, come il Veneto, esistono esempi virtuosi di medici che hanno già trasferito il proprio studio nelle nuove sedi, dimostrando che il modello, se ben gestito, potrebbe funzionare.

Sono però casi isolati, che non bastano a coprire il fabbisogno nazionale di personale. Le Regioni guardano con preoccupazione a queste "scatole vuote", prive non solo di medici ma spesso anche di infermieri e personale amministrativo, e temono che l’immobilismo romano finisca per vanificare un investimento storico per la sanità territoriale. Lo spettro, neanche tanto velato, è quello di dover ricorrere a soluzioni tampone – come il trasferimento di specialisti ospedalieri o l’assunzione di personale a gettone – che però risolverebbero solo in apparenza il problema strutturale.

L’occasione perduta e il futuro della medicina territoriale

In questo clima di scontro totale, a farsi sentire sono anche le voci indipendenti del mondo accademico e scientifico, preoccupate che lo stallo politico faccia saltare un banco di prova cruciale per il Servizio sanitario nazionale. Secondo alcuni osservatori, l’occasione di superare l’anomalia tutta italiana del rapporto di convenzione – che relega il medico di base a una sorta di imprenditore di se stesso – potrebbe non ripresentarsi a breve.

I sindacati, dal canto loro, non vogliono sentir parlare di dipendenza, ma chiedono a gran voce investimenti per ridurre la burocrazia e valorizzare l’autonomia professionale. Il ministro Schillaci, pur consapevole della complessità del puzzle, ha già convocato un nuovo tavolo tecnico; lo farà nella speranza che la consapevolezza di avere "un’occasione unica" prevalga sulle divisioni contingenti.

Se l’accordo non si troverà, il rischio è che le Case di comunità entrino in funzione a singhiozzo, vanificando lo sforzo economico del Pnrr e lasciando i cittadini di nuovo soli di fronte all’eterno problema delle liste d’attesa e della medicina difensiva.

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