La mossa della Cei e il caso Nevo: quando l’ideologia soffoca il pensiero

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La venticinquesima edizione del festival "Il Libro Possibile", in programma a luglio tra Polignano e Vieste, era destinata a scivolare via tra le pieghe di una normale rassegna culturale. Così non è stato, e il merito (o la colpa) va ascritto a una petizione che chiedeva l’esclusione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, reo – secondo i firmatari – di non aver espresso una pubblica e inequivocabile condanna delle politiche del suo governo a Gaza.

Una richiesta rigettata dalla direzione artistica del festival, con la direttrice Rosella Santoro che ha confermato la presenza dell’autore il prossimo 21 luglio, difendendo l’idea che non si possa identificare un artista con le scelte politiche del proprio Paese. Tuttavia, la vera sorpresa – o forse no, considerati i tempi che corrono – è arrivata dalle firme a corredo dell’appello: tra queste spicca quella dell’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, padre Franco Moscone.

Un dettaglio non da poco, che ha trasformato una polemica di lana caprina in una questione di sostanza politico-culturale.

Il pastore e la spada (della carta)

Moscone, interpellato sulla vicenda, ha difeso la sua posizione con una motivazione che merita una riflessione attenta. Ha dichiarato, nelle scorse ore, che la sua non è una crociata censoria, né tanto meno un tentativo di boicottare le vendite dei romanzi di Nevo; piuttosto, ha parlato di una "richiesta di responsabilità" rivolta a un intellettuale che, a suo avviso, avrebbe il dovere morale di usare la propria visibilità per denunciare "le stragi di civili". È un distinguo sottile, quello tra censura e appello alla coscienza, ma che rischia di nascondere una pericolosa deriva.

A spezzare una lancia (verbale) a favore del dialogo è intervenuto, con toni pacati ma fermi, monsignor Giuseppe Baturi. Il segretario generale della Cei, pur rispettando la "libertà di pensiero" che ha guidato la firma di Moscone, ha voluto tracciare un solco netto: "La pace non si costruisce impedendo di parlare a chi la pensa diversamente, bensì creando le condizioni perché ci si possa ascoltare". Una posizione, questa, che ristabilisce un ordine gerarchico nei valori: prima il confronto, poi la presunta purezza ideologica.

Lo spettro del maccartismo rovesciato

Il caso Nevo, per certi versi, rappresenta il rovescio della medaglia di un'altra vicenda che ha scosso il mondo culturale italiano nelle scorse settimane. Ci si riferisce, naturalmente, alla "messa ai margini" di Erri De Luca dal Salerno Letteratura Festival. Anche in quel caso, lo scrittore napoletano è stato sostanzialmente radiato (o "ha visto declinare l'invito", a seconda dei punti di vista) dopo aver dichiarato di essere sionista e aver contestato l'uso del termine "genocidio" per definire la guerra a Gaza.

La motivazione ufficiale addotta dal condirettore del festival, Gennaro Carillo, è un gioiello di tautologia: la "prolusione" che De Luca avrebbe dovuto tenere è stata cancellata perché mancava "una certa identità di vedute" tra lo scrittore e gli organizzatori. È legittimo, certo, organizzare salotti in cui si invita solo chi la pensa come noi; sarebbe un errore, però, scambiare questa pratica per alta cultura. Come ha osservato amaramente De Luca, non è stato escluso lui, ma è stato il festival a escludere se stesso dalla sua statura intellettuale.

La tentazione del silenzio armato

In entrambi gli episodi, quello salernitano e quello pugliese, emerge un tratto inquietante di una certa sinistra italiana (sebbene, va detto, il sindaco di Bari Vito Leccese abbia mostrato una lodevole contrarietà alla petizione contro Nevo, difendendo l’autore come "voce progressista" del suo Paese). La tentazione è quella di usare la leva economica o organizzativa per silenziare chi non si allinea al dogma del momento. Si celebra a parole la complessità, ma nei fatti si fugge da essa come la peste.

Si invoca la pace, ma togliendo la parola a chi potrebbe offrire una narrazione scomoda, magari quella di un israeliano che si vergogna del proprio ministro Ben-Gvir e chiede le dimissioni di Netanyahu. È una strategia miope, oltre che moralmente discutibile, perché riduce la guerra a Gaza a un semplice jingle propagandistico da ripetere a comando, invece di affrontarla nella sua tragica e contraddittoria realtà. Se l’obiettivo è davvero quello di capire, escludere Nevo o De Luca equivale a tagliarsi le orecchie per non sentire una musica che ci stona.

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