Libro possibile, lo scrittore israeliano Nevo resta al festival nonostante la petizione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è un’aria tesa, quella che precede la venticinquesima edizione del “Libro Possibile”, in programma a luglio tra Polignano a Mare e Vieste. Se da un lato la macchina organizzativa è in moto per allestire gli spazi dedicati alla cultura e al dibattito, dall’altro il tam tam mediatico si è concentrato su un caso che sa di censura velata. Qualche giorno fa è partita una petizione, rivolta al presidente della Regione e agli organizzatori della rassegna, per chiedere l’esclusione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo.

L’accusa, mossa dai firmatari, è quella di non aver espresso “una chiara e pubblica presa di distanza” dalle politiche del governo di Israele, né dalla “devastazione di Gaza”. A rendere il tutto meno scontato, un dettaglio che ha acceso il dibattito pubblico: tra le firme raccolte – che includono attivisti, docenti e professionisti – compaiono i nomi del vicesindaco di Bari, Giovanna Iacovone, e soprattutto dell’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, Franco Moscone.

Quest’ultimo, interpellato sulla vicenda, ha motivato la sua adesione sostenendo che Nevo, al pari di chiunque altro, avrebbe il dovere, in quanto intellettuale, di offrire un contributo di chiarezza. “Conosco persone di religione ebraica che dicono parole chiare sulla situazione attuale”, ha dichiarato il presule, aggiungendo che la questione non riguarda la nazionalità dell’autore, bensì la presunta mancanza di “coraggio” nel criticare l’operato dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu.

Per Moscone, insomma, la partecipazione a un festival che ha scelto il tema del “Discorso all’Umanità” imporrebbe una posizione netta e inequivocabile, laddove invece lo scrittore avrebbe preferito, a suo dire, una linea di riserbo o genericità. A ruota, si è unito al coro anche il vicesindaco di Bari, il cui nome ha scatenato la reazione del primo cittadino Vito Leccese, il quale ha voluto chiarire la propria posizione senza mezzi termini, sottolineando come “togliere la parola e censurare la cultura” non sia mai la strada per favorire la pace.

La linea del festival: nessuna esclusione e nessuna identificazione

Di fronte a queste pressioni, la direzione artistica della manifestazione non ha tentennato. Rosella Santoro, direttrice del festival, ha risposto con una nota secca e programmatica, ribadendo che Eshkol Nevo sarà regolarmente tra gli ospiti in programma. “Da venticinque anni – si legge nella dichiarazione – portiamo la cultura nelle piazze e accogliamo voci, sensibilità e posizioni differenti, anche quando sono distanti tra loro, nell’ottica di creare dibattito”.

Un’impostazione, quella del “Libro Possibile”, che rifiuta la semplificazione e la sovrapposizione tra la figura di un artista e le scelte politiche del Paese da cui proviene. Proprio su questo punto, la Santoro ha voluto rispondere ai detrattori citando le recenti prese di posizione pubbliche dello stesso Nevo: lo scrittore ha infatti già condannato pubblicamente le politiche del ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir, arrivando a definirsi “in vergogna” per le dichiarazioni rilasciate dal politico di estrema destra.

Sarebbe quindi falso sostenere che l’autore di “La simmetria dei desideri” taccia di fronte ai drammi mediorientali. D’altronde, proprio nei giorni dell’esplosione della polemica, Nevo si trovava a Bologna per “Repubblica delle Idee”, dove ha affidato a una platea attenta i suoi desideri più profondi. Il primo, inevitabile, è “la pace nella nostra regione”, un traguardo che ha definito “non facile” ma per cui vale la pena lottare.

Il secondo desiderio, più politico, riguarda le elezioni previste per ottobre: lo scrittore ha espresso la speranza che Israele possa cogliere l’occasione per cambiare rotta, dotandosi di una leadership meno miope e più proiettata verso il futuro. Non sono mancate parole dure contro Ben-Gvir – “non rappresenta né me né i valori del mio Paese” – e la promessa di fare tutto il possibile, seppur nella veste di semplice intellettuale, per allontanare quell’uomo dal governo.

L’ultimo pensiero, invece, è volato alle sue tre figlie, vittime di quella vulnerabilità che oggi colpisce le donne in un contesto di guerra permanente.

Un caso che divide e l’ombra di una certa deriva antisemita

Non è certo la prima volta che il mondo culturale italiano si interroga sui limiti del confronto. Solo pochi giorni fa, a Salerno, lo scrittore Erri De Luca era stato escluso da una rassegna proprio per le sue posizioni ritenute “troppo filo-israeliane”. In questo caso, la mobilitazione contro Nevo assume i contorni di un paradosso, perché lo scrittore – a differenza di quanto sostenuto dalla petizione – ha più volte manifestato il suo dissenso verso la linea dura di Gerusalemme.

A farne le spese, semmai, è una certa tendenza a voler epurare il dibattito da quelle voci che, pur provenendo dal “Paese nemico”, offrono una narrazione sfumata e autocritica. Negare che esista un problema di antisemitismo latente, riemerso con violenza dopo il 7 ottobre, sarebbe un atto di ipocrisia, così come è evidente che oggi l’antisionismo venga spesso utilizzato come “coperta di Linus” per giustificare un odio che ha radici ben più antiche e profonde.

Per questo la scelta del “Libro Possibile” appare coerente con la sua storia, quella di una rassegna che non ha mai voluto trasformare la piazza in un tribunale delle intenzioni. Nei giorni del festival, accanto a Nevo, siederanno anche giornalisti e osservatori dal fronte opposto, come Wael Al-Dahdouh, capo dell’ufficio di Al Jazeera a Gaza, o la stessa Widad Tamimi, a testimonianza di una volontà precisa di non raccontare la complessità con una voce sola.

L’appello dei promotori, che pure parlava a nome di un “dolore” sincero per le “macerie di Gaza”, è stato dunque respinto al mittente, e la kermesse pugliese si appresta ad accogliere uno scrittore che, per usare le parole degli organizzatori, “ha indicato nel dialogo e nei negoziati l’unica soluzione possibile”. Una boccata d’ossigeno, questa, per chi crede che la cultura serva a comprendere, non a condannare.

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