L'Ue stringe sui rimpatri, mentre la Svizzera si prepara a negoziare sulla solidarietà

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   I ministri dell'Interno dell'Unione europea hanno confermato, in una riunione del Consiglio Affari interni, un indirizzo politico che prevede un inasprimento generalizzato delle norme che regolano gli arrivi e, soprattutto, i rimpatri dei migranti privi di un valido Titolo di soggiorno. Questo orientamento, che coinvolge direttamente anche la Svizzera in virtù dei suoi accordi di associazione con Schengen e Dublino, apre la porta a una serie di misure concrete, tra le quali spicca la possibilità di istituire centri di rimpatrio in Paesi terzi, un tema sul quale il governo italiano ha speso molta della sua capitale politico. La procedura legislativa, che ora dovrà coinvolgere il Parlamento europeo, ha dunque compiuto un passo significativo, stabilendo al contempo delle cifre precise per il meccanismo di solidarietà obbligatorio tra Stati membri, un punto sul quale Berna si è detta pronta a entrare in negoziato.

Il "modello Albania" e la sterzata europea

Il cosiddetto "modello Albania", che prevede il potenziamento di centri per l'immigrazione al di fuori del territorio dell'Ue per accelerare le procedure di identificazione e rimpatrio, non è più solo una proposta avanzata da alcuni governi ma è diventato parte integrante del pacchetto di riforme approvato in linea di principio. Questo approccio, che alcuni criticano come una esternalizzazione delle frontiere e delle responsabilità, ha trovato una sponda decisiva nell'azione del ministro dell'Interno italiano, il quale ha rivendicato la collaborazione con Francia e Germania e la validità delle proposte portate avanti dall'esecutivo. La Premier italiana, del resto, aveva speso molto su questo piano, che mira anche a sbloccare l'operatività degli accordi con Tirana, finora congelati da decisioni giudiziarie e contrasti politici di natura interna.

Le nuove regole e il nodo dei Paesi sicuri

Oltre alla questione degli hubs extraterritoriali, il via libera dei Ventisette introduce modifiche sostanziali al concetto di Paese terzo sicuro e alla prima lista unionale di Paesi d'origine sicuri, strumenti che, se applicati, permetterebbero di dichiarare inammissibili un numero maggiore di domande d'asilo e di accelerare i rimpatri. Le nuove procedure, che hanno l'obiettivo dichiarato di rendere più efficiente l'intero sistema, si inseriscono nel solco del Patto per la migrazione e l'asilo, il cui avanzamento rappresenta una priorità per molte capitali. La riforma, come è noto, non cancella il principio dell'accoglienza ma ne stringe le maglie, puntando a una gestione che sia percepita come più severa e ordinata.

La posizione svizzera e il conto della solidarietà

La Svizzera, che pur non essendo membro dell'Ue partecipa agli accordi di Dublino e Schengen, è chiamata a confrontarsi con questo nuovo quadro normativo. Le autorità elvetiche, come riferito, si sono dette disponibili a negoziare sul capitolo della solidarietà, il cui meccanismo finanziario è stato quantificato nella riunione dei ministri. Il negoziato, che sarà complesso, riguarderà le modalità con cui Berna contribuirà allo sforzo collettivo, sia attraverso ricollocamenti che, più probabilmente, con contributi finanziari. La partita, dunque, si sposta ora sui dettagli tecnici e sulla capacità di trovare un equilibrio tra la volontà di mantenere la propria autonomia decisionale e l'esigenza di una risposta coordinata a livello continentale, in un settore che resta tra i più sensibili per l'opinione pubblica.

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