Piazza Affari vola oltre i 51mila punti, banche in rally mentre i petroliferi arrancano
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Redazione Economia
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Un venerdì di fuoco, quello appena concluso sui listini milanesi, dove il Ftse Mib non solo ha confermato le impressionanti performance delle sessioni precedenti, ma le ha addirittura ritoccate al rialzo, portandosi a sfiorare quota 51.500 punti. La seduta, caratterizzata da una volatilità che ormai sembra essere il tratto distintivo di questo 2026, ha visto l’indice guida di Piazza Affari archiviare le contrattazioni con un progresso dell’1,97%, un dato che, al netto delle oscillazioni della mattinata (quando si era spinto fino a un massimo di 51.
644 punti), rappresenta l’ennesimo record storico di chiusura. A trainare questo slancio, come spesso accade in queste fasi di euforia generalizzata, sono stati indiscutibilmente i titoli del comparto creditizio, mentre dall’altra parte della barricata i giganti del petrolio hanno dovuto fare i conti con un clima decisamente meno favorevole.
L’effetto pace e il peso del debutto di SpaceX
Se il tabellone luccica di verde, lo si deve in larga parte a due fattori, distinti ma convergenti, che hanno agito come una molla sull’umore degli investitori. Da un lato c’è la variabile geopolitica, sempre più dominante: le speranze di una tregua tra Stati Uniti e Iran continuano a tenere banco, sebbene il presidente americano, con un ennesimo colpo di scena via social, abbia prima alimentato e poi parzialmente ridimensionato le aspettative, accusando Teheran di non rispettare le condizioni pattuite.
Tuttavia, il mercato – e questo è il dato rilevante – ha scelto di guardare il bicchiere mezzo pieno, scommettendo su una distensione che, riducendo il premio al rischio sul greggio, ha paradossalmente penalizzato i petroliferi (Eni in calo del 2,25%) ma regalato slancio a tutto il resto del listino. Dall’altro lato, e con una forza forse anche maggiore, c’è l’effetto trascinamento generato dal gigante aerospaziale di Elon Musk, SpaceX, il cui debutto record sul Nasdaq ha catturato l’attenzione globale.
L’Ipo più attesa del decennio, capace di raccogliere 75 miliardi di dollari con una domanda che ha sovrastato di quattro volte l’offerta, ha acceso i riflettori su tutto il comparto tecnologico e non solo, trascinando con sé i titoli azionari europei in una scia di entusiasmo che a Milano si è tradotta in forti acquisti su nomi come Stm (+4,52%).
Il paradosso dei conti pubblici tra Btp e risiko bancario
Mentre i risparmiatori osservano l’ascesa dei listini con l’acquolina in bocca, lo scenario che si delinea alle spalle di queste performance è tutt’altro che lineare, anzi, presenta una contraddizione solo apparente. Proprio mentre il Ftse Mib inanellava un record dopo l’altro, il Ministero dell’Economia si trovava a gestire le operazioni su un altro fronte, quello del debito, ben più ostico.
La maxi-emissione sindacata di Btp – 13 miliardi sul settennale e 5 sul trentennale – ha certamente incontrato una fame di titoli di Stato senza precedenti (238 miliardi di domanda complessiva, per la precisione), un dato che testimonia la fiducia degli esteri nel nostro paese. Eppure, questa operazione da 18 miliardi di euro, gestita da un pool di lead manager internazionali, evidenzia anche il costo, psicologico prima ancora che finanziario, di una liquidità che lo stato continua a richiedere a ritmi serrati.
A tenere alta la tensione, in questo senso, contribuisce anche l’imminente debutto del nuovo Btp Italia Sì, previsto per la prossima settimana, che andrà a soddisfare la tradizionale richiesta di sicurezza delle famiglie. Nel frattempo, le banche, che di questi giochi di debito sono spesso le protagoniste silenziose, hanno invece dominato la scena azionaria: Mediobanca ha guadagnato il 4,59%, Intesa il 4,3% e Unicredit il 4,1%, in una nuova fase di quello che gli analisti definiscono un risiko strisciante.
La resa dei conti sul greggio e i destini incrociati
A pagare lo scotto di questa euforia generalizzata è stato, come spesso accade in contesti di distensione bellica, il comparto energetico. L’eventualità di un accordo con l’Iran, che implicherebbe il ritorno sul mercato di quantità consistenti di greggio e la fine del blocco navale nel Golfo Persico, ha spinto i prezzi del petrolio al ribasso, e con essi i relativi titoli. L’Eni, sulla scia di un calo del Wti del 3,5%, ha visto le sue azioni scivolare del 2,25%, offrendo un contraltare perfetto al rally dei finanziari.
Al contrario, chi ha beneficiato in modo forse insospettabile di questa giornata è stato il comparto delle costruzioni, con Buzzi che svetta del 5,67%. Non è un caso, se si considera che l’intesa imminente – che Trump stesso, pur tra alti e bassi, sembra intenzionato a firmare già domenica a Ginevra – aprirebbe scenari impensabili solo pochi mesi fa per la ricostruzione post-bellica.
Un quadro, quello del 12 giugno, che dipinge una Borsa sempre più reattiva ai colpi di scena (anche quelli verbali) del presidente americano e ai movimenti tellurici dell’industria tecnologica d’Oltreoceano, dove la capitalizzazione di SpaceX rischia di toccare i 2.000 miliardi di dollari appena messo piede sul Nasdaq. Un meccanismo, insomma, dove la finanza reale e quella geopolitica ballano un tango serrato, lasciando gli investitori a chiedersi quanto durerà ancora questo incantesimo di giugno.




