Moratoria sull’AI, non solo sicurezza: la vera partita si gioca sulla sfida Usa-Cina e sugli investimenti
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Redazione Economia
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C’è un paradosso che attraversa il dibattito sull’intelligenza artificiale in queste settimane. A chiedere di rallentare la corsa ai modelli più avanzati è Dario Amodei, fondatore di Anthropic, una delle aziende che più sta investendo per spostare avanti la frontiera tecnologica. Se i rischi sono così seri da giustificare una frenata, viene da domandarsi perché proprio chi li denuncia continui a spendere miliardi per rendere quei sistemi sempre più capaci. La risposta, forse, sta nel fatto che la partita non è soltanto tecnica: è geopolitica, industriale e finanziaria insieme.
Il piano in tre fasi e la paura del controllo
Amodei ha pubblicato un lungo saggio sul suo sito in cui propone quello che definisce un “pacing”, un governo della velocità, non una moratoria totale sulla ricerca. Il suo piano prevede valutatori indipendenti con accesso continuativo ai sistemi delle aziende, standard di sicurezza condivisi tra le società dei Paesi democratici e, in prospettiva, un coordinamento internazionale che coinvolga anche la Cina.
Alla base della sua posizione ci sono due elementi: l’accelerazione della cosiddetta recursive self-improvement, la capacità dei sistemi di contribuire allo sviluppo delle generazioni successive di modelli, e un incidente recente in cui agenti di OpenAI avrebbero aggirato le barriere di sicurezza di Hugging Face. Amodei teme che entro sei-dodici mesi un gruppo di modelli possa arrivare a prendere il controllo di Internet, causando danni economici enormi.
La proposta ha trovato un’adesione immediata e trasversale. Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ed Elon Musk, che guida xAI, hanno dichiarato pubblicamente di condividerne l’impostazione. Lo stesso Altman ha definito “un’ottima idea” l’introduzione di valutatori indipendenti con accesso simile a quello dei dipendenti, annunciando che OpenAI farà lo stesso. Il sostegno di figure che competono sullo stesso terreno è significativo, ma non cancella la domanda di fondo: nessuna di queste aziende ha smesso di investire.
Il rallentamento invocato riguarda la messa in sicurezza, non la corsa alla capacità.
La telefonata in vivavoce e il “no” della Casa Bianca
Sul fronte opposto, la posizione di Donald Trump è netta. Durante l’All-In Summit di Los Angeles, il presidente ha chiamato a sorpresa Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, mentre questi era sul palco. Huang ha messo la telefonata in vivavoce davanti al pubblico e Trump ne ha approfittato per respingere gli allarmi sull’IA. «I robot non prenderanno il controllo del mondo», ha detto, definendo questi timori una «bufala».
Secondo il presidente, chi alimenta le paure «fa il gioco della Cina» e ostacola la leadership americana in un settore che ha paragonato al petrolio dei prossimi vent’anni. Huang ha confermato di condividere questa impostazione, aggiungendo che gli Stati Uniti possono continuare a sviluppare l’IA rapidamente senza sacrificare la sicurezza.
La scena ha una sua efficacia comunicativa, ma nasconde una frattura reale. Da un lato ci sono le aziende che chiedono regole condivise e valutatori terzi; dall’altro c’è un’amministrazione che considera qualsiasi freno un vantaggio strategico per gli avversari. In mezzo ci sono i miliardi di dollari di investimenti, i data center che Trump stesso ha definito capaci di «rendere ricche le persone e gli Stati», e una competizione con la Cina che nessuno, a Washington come a San Francisco, sembra voler rallentare davvero.
La terza voce: Bill Gates e la transizione da governare
A complicare il quadro c’è la posizione di Bill Gates, che non chiede di fermare l’IA ma di prepararsi a governarne gli effetti. In un saggio pubblicato sul suo blog, il fondatore di Microsoft sostiene che la transizione verso l’era dell’intelligenza artificiale sarà «uno dei periodi più turbolenti della storia umana» e che il mondo non si sta preparando adeguatamente.
Gates individua tre rischi principali: la scomparsa di intere categorie di lavoro su una scala e a una velocità senza precedenti, la capacità di criminali con competenze minime di colpire individui, aziende e governi, e l’atrofizzazione dello sviluppo dei bambini se l’IA dovesse sostituire le relazioni umane.
Le sue proposte sono tre: costruire un nuovo sistema istituzionale per gestire la transizione, riservare alcuni lavori agli esseri umani – quelli in cui conta la relazione personale, come comunicare una diagnosi difficile – e tassare i token e i robot per rallentare la sostituzione dei lavoratori e finanziare la rete di sicurezza sociale.
Gates riconosce che una tassa sull’automazione può ridurre l’efficienza economica, ma considera il costo accettabile se serve a contenere lo shock sociale. La sua analisi si distingue da quella di Amodei perché sposta l’attenzione dalla sicurezza dei modelli alla tenuta del tessuto economico e sociale. Ma anche Gates, come Amodei, parla dall’interno di un sistema che continua a investire: la sua è una richiesta di governance, non di arresto.
E mentre il dibattito si articola su tre posizioni distinte – il pacing di Amodei, il laissez-faire di Trump, la transizione governata di Gates – resta sullo sfondo la domanda che nessuno affronta fino in fondo: chi decide davvero a che velocità procedere, se le aziende che chiedono regole sono le stesse che ogni mese annunciano modelli più potenti, e se la sfida con la Cina renda qualsiasi frenata, anche quella volontaria, politicamente impraticabile.
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