La strage di Suviana e l’amore senza carta che vale zero euro per i giudici
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Redazione Interno
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Due anni sono passati da quel 9 aprile 2024, quando alle 14.58 un’esplosione squarciò la centrale idroelettrica Enel Green Power di Bargi, sul lago di Suviana, eppure per chi ha perso tutto il tempo sembra essersi fermato. Sette operai rimasero intrappolati tra i piani – 8 e – 9, in una tomba d’acqua che si richiuse durante il collaudo di una turbina, e da allora le loro famiglie vivono di attese, udienze e silenzi giudiziari. Tra queste c’è Sara, compagna di Alessandro D’Andrea, 36 anni, una delle vittime: insieme da una vita, avevano condiviso risate, speranze, progetti, ogni cosa, ma non un certificato di matrimonio. Ed è proprio quel foglio, o meglio l’assenza di quel foglio, a trasformare oggi il suo dolore in una cifra tonda: zero euro di risarcimento.
L’urlo di Sara e l’altra metà dell’anima cancellata dall’esplosione
«Ale era la mia vita», ripete Sara con la voce rotta, una commozione che nemmeno due anni di lutto sono riusciti a scalfire. «A volte non c’era bisogno neanche di parlare, bastava uno sguardo e ci capivamo». Lui, Alessandro D’Andrea, era l’altra metà della sua anima, una di quelle presenze che si danno per scontate finché un’esplosione non le strappa via per sempre. Il problema, agli occhi della legge e delle assicurazioni, è che quella metà dell’anima non aveva valore contrattuale: non erano sposati, e quindi niente risarcimento. La loro storia, lunga una vita, si è infranta contro un principio giuridico che non ammette eccezioni per chi ha scelto di non mettere la firma davanti a un sindaco. E mentre i parenti delle altre vittime urlano in aula – «continuate a indagare» – Sara resta in silenzio, con le mani vuote e un amore che nessun giudice potrà mai certificare.
L’inchiesta in stallo e la centrale ancora allagata dopo due anni
A due anni di distanza, la centrale di Bargi è ancora allagata. L’acqua che il 9 aprile 2024 salì rapidissima dai piani interrati non è stata interamente rimossa, e l’inchiesta della procura di Bologna – che ipotizza disastro colposo e omicidi plurimi – procede tra perizie infinite e nodi tecnici irrisolti. Dei sette morti, i nomi sono ormai scolpiti nella cronaca: Vincenzo Garzillo, Vincenzo Franchina, Mario Pisani, Pavel Petronel Tanase, Adriano Scandellari, Paolo Casiraghi e, appunto, Alessandro D’Andrea. Di loro resta la memoria dei familiari, come Patrizia, moglie di Vincenzo Garzillo, la vittima più anziana. Quel pomeriggio lei stava preparando la nipotina per la lezione di danza quando arrivò la notizia dell’esplosione. Da allora rivive quegli attimi, sospesa tra il dolore e l’incredulità, sapendo però che suo marito, prima di essere inghiottito, riuscì ad avvertire in tempo due ingegneri che lo accompagnavano. Un gesto che potrebbe valere più di mille pagine di atti giudiziari.
L’amore non sposato e la ferita del mancato risarcimento
La decisione di escludere Sara da qualsiasi indennizzo non è una crudeltà inaspettata, ma l’applicazione secca di una norma pensata per un’altra epoca. Non erano sposati, e per il sistema delle tutele alle vittime del lavoro questo significa che la loro relazione – pur lunga, profonda, totalizzante – non esiste. Nessuna convivenza di fatto, nessuna unione civile registrata, nessun atto notarile può sostituire il matrimonio in questo specifico ambito risarcitorio. Così Sara si ritrova a piangere un compagno che la legge considera un estraneo, mentre altre famiglie, magari meno unite ma più formalmente legate, riceveranno un assegno. L’urlo dei parenti di Alessandro – «era la nostra vita» – si mescola dunque a una domanda di giustizia che non è solo penale, ma anche civile, sociale, umana. Una domanda a cui, per ora, nessuna udienza ha saputo rispondere.




