La beffa di Sara e la legge del 1965: niente risarcimento per chi, come lei, aveva solo «l’anima» del proprio compagno

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono passati due anni dall’esplosione che ha lacerato il silenzio dell’Appennino bolognese, quella del 9 aprile 2024 quando, alle 14.58, una turbina in collaudo saltò negli abissi della centrale idroelettrica Enel Green Power di Bargi. Tra i piani meno otto e meno nove, l’acqua invase tutto, trasformando quei cunicoli in una tomba per sette operai; tra loro c’era Alessandro D’Andrea, 36 anni, tecnico originario di Forcoli (Pisa) ma residente a Milano. La sua vita, e quella della compagna Sara, si era fermata lì, in quel pomeriggio di due anni fa, quando lo scoppio lo strappò via da una relazione che durava da più di un decennio; un’esistenza fatta di progetti comuni, della ristrutturazione di una casa acquistata insieme, della promessa – rimasta tale – di un matrimonio che i due rimandavano senza fretta, certi di avere tutto il tempo del mondo.

L’altra metà dell’anima non vale davanti al giudice

“Lui era l’altra metà della mia anima”, ripete Sara, con la voce rotta da una commozione che nemmeno i ventiquattro mesi trascorsi sono riusciti a sedimentare del tutto, perché per lei Alessandro non era semplicemente un convivente: era la sua famiglia, quella che ci si sceglie, quella basata sulla fedeltà e sull’aiuto reciproco. Eppure, proprio questo legame, per il tribunale di Milano, non ha alcun valore patrimoniale. Il verdetto, arrivato alla vigilia dell’anniversario della strage, è stato spietato nella sua asciuttezza tecnica: a Sara Bianco non spetta un euro di risarcimento, semplicemente perché la coppia non era sposata. Mentre i genitori e le sorelle di Alessandro hanno ricevuto un indennizzo (undicimila euro dall’Inail, una cifra che appare quasi simbolica se rapportata alla perdita subita), la compagna è stata esclusa da ogni ristoro, rimasta intrappolata in un vuoto normativo che non riconosce la convivenza more uxorio alla stregua del matrimonio.

Una legge del 1965 contro la società del 2026

L’avvocato Gabriele Bordoni, che segue la famiglia fin dai primi giorni successivi alla tragedia, aveva tentato la strada della rimessione alla Corte Costituzionale. La sua speranza, vanificata dalla decisione della giudice milanese, era quella di aggiornare una norma risalente al 1965 (quando il matrimonio era ancora indissolubile e le libere unioni rappresentavano un’eccezione statistica) per adeguarla alla legge 76 del 2016, quella che ha ufficialmente disciplinato le unioni civili e le convivenze di fatto. In sessant’anni, osserva il legale, “il mondo è cambiato, la società si è trasformata radicalmente”; basti pensare che, secondo i dati Istat, le convivenze sono più che triplicate in pochi anni, passando da circa 440mila a oltre un milione e 750mila, mentre i matrimoni continuano a calare. Davanti a questa trasformazione epocale, la magistratura ha però scelto di non sollevare la questione, preferendo attenersi all’interpretazione letterale di una legge che tutela solo il coniuge.

Il dolore di chi sopravvive e la ferita dell’inchiesta

Per la madre di Alessandro, Carla, il tempo sembra essersi realmente fermato quel giorno: “A volte è come se fosse ancora in trasferta”, confessa, ammettendo di sopravvivere più che vivere, sospesa tra la gioia per una nipotina e il vuoto incolmabile lasciato dal figlio. Anche il padre, Daniele, chiede con rabbia qualcosa che ancora non è arrivato: la verità tecnica su cosa causò l’esplosione. Perché se la beffa del risarcimento ferisce Sara sul piano umano e giuridico, l’inchiesta della Procura di Bologna procede a rilento, ostacolata dall’acqua che ancora allaga i piani inferiori della centrale. I sommozzatori sono riusciti a risalire fino al piano meno sei, recuperando alcuni dispositivi elettronici, ma gli ultimi tre livelli restano inaccessibili; l’incidente probatorio arranca e il rischio, paventato dai sindacati come dalla segretaria della Filctem-Cgil Stefania Pisani, è che si arrivi a processo con un numero insufficiente di prove, condannando di fatto questa vicenda all’oblio.

L’orgoglio di un uragano e la promessa del ricorso

“Alessandro era un uragano di sapere e bontà”, lo ricordano i familiari, sottolineando la sua generosità esagerata e la dedizione al lavoro. Un uomo che, prima che il mondo gli crollasse addosso, era riuscito nei suoi ultimi istanti ad avvertire due ingegneri che lo accompagnavano, mettendo in salvo loro mentre lui restava intrappolato laggiù. Di fronte alla sentenza che lo ha di fatto dichiarato “single” agli occhi dello Stato, la famiglia non intende arrendersi: l’avvocato Bordoni ha annunciato che farà ricorso, non solo per Alessandro, ma “per tutte le vittime del lavoro e i loro conviventi”. Perché, come ripete Sara, in quella casa di Milano dove i fiori del giardino sono cambiati in questi due anni, ciò che conta non è il certificato di matrimonio, ma la scelta quotidiana di volersi bene; una scelta che, evidentemente, per il legislatore del 1965 non vale ancora nulla.

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