Vergara si racconta: “Ero il signor nessuno, a gennaio sarei partito. Conte? Mi ha detto bravo una volta sola”
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Redazione Sport
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L’emergenza, si sa, può trasformarsi in una vetrina insperata per chi ha la pazienza e la testa per attendere il proprio momento. Antonio Vergara, centrocampista del Napoli classe 2003, ne è la prova più lampante in questa stagione azzurra, lui che fino a poche settimane fa era un perfetto sconosciuto ai più e che, complice un'ecatombe di infortuni senza precedenti nella rosa guidata da Antonio Conte, si è ritrovato proiettato sotto i riflettori del calcio che conta. In una lunga intervista concessa al Corriere della Sera, il giovane trequartista ha riavvolto il nastro di questi mesi frenetici, partendo da un presupposto che pochi conoscono: il suo destino, a gennaio, sembrava già scritto e lontano da Napoli. “A gennaio potevo andar via, questi erano i programmi”, ha confessato senza giri di parole, spiegando come la sua permanenza fosse tutt’altro che scontata prima che la ridda di infortuni costringesse Conte a pescare a piene mani dalla panchina e dai giovani in organico. Eppure, di quel periodo complicato, Vergara non serba rancore: “Ci penso tutti i giorni, ma non mi dà fastidio. Io ho avuto la tenacia di stare in questo spogliatoio pieno di campioni”, ha aggiunto, sottolineando come l’imponderabile lo abbia poi premiato perché lui, nel frattempo, si è mantenuto pronto.
Da quel momento in poi, la sua ascesa è stata una vera e propria cavalcata: titolare inamovibile, tre gol in quattro partite, e la sensazione tangibile di essersi tolto parecchi sassolini dalle scarpe. Il primo, e forse il più significativo a livello emotivo, è stato quello realizzato in Champions League contro il Chelsea al Maradona: un’esultanza liberatoria, una gioia immensa che, però, il ragazzo ha vissuto con il giusto distacco. “Ci ho pianto, quel gol valeva poco”, ha spiegato con una maturità sorprendente per la sua età, perché la squadra è stata poi eliminata dalla competizione europea, e la gloria personale, come gli ha insegnato il suo allenatore, non può prescindere dal bene collettivo. Un insegnamento, quest’ultimo, che assorbe quotidianamente da Antonio Conte, un tecnico che non lascia nulla al caso e che, non a caso, lo ha lodato pubblicamente una sola volta. “L’unica volta che mi ha detto bravo è stato dopo la partita con il Genoa, che però avevo giocato male. Ma il rigore al 95’ ci aveva fatto vincere”, ha rivelato Vergara, fotografando perfettamente la filosofia del suo mentore: un uomo per cui vincere è l’unica cosa che conta e che non regala nulla a nessuno, tantomeno complimenti facili.
La Nazionale, gli idoli e un consiglio speciale da Gattuso
Il salto di qualità in maglia azzurra, naturalmente, ha aperto un altro fronte, quello della Nazionale maggiore. Già, perché dopo aver saltato tutte le trafile nelle giovanili — “O non convocato o panchine”, ha ricordato — ora per Vergara si prospetta la possibilità concreta di un avvicinamento alla selezione di Gennaro Gattuso. E proprio il commissario tecnico ha avuto un ruolo importante in queste ultime settimane, incontrando il giocatore nel corso di una cena insieme ad altri elementi della rosa napoletana. “Già essere andato a cena con Gattuso è stata una soddisfazione”, ha ammesso il centrocampista, rivelando poi il tenore del colloquio: “Mi ha chiesto di continuare così”. Un’indicazione preziosa, quella del ct, che si aggiunge al bagaglio di esperienze di un ragazzo che, nonostante la giovane età, dimostra di avere le idee molto chiare su chi prendere a modello. In campo, il suo riferimento è sempre stato Piotr Zielinski, l’ex numero 20 del Napoli: “Ero e resto innamorato di Zielinski”, ha dichiarato senza esitazioni, mentre da bambino sognava di emulare Lionel Messi, considerato alla stregua di un idolo inarrivabile.
La cultura dei giovani in Italia e l’elogio a Pio Esposito
Nel corso della chiacchierata, Vergara ha toccato anche un tasto dolente del calcio italiano, ossia la difficoltà nel dare fiducia ai giovani talenti. Un tema che gli sta particolarmente a cuore, visto che lui stesso ha dovuto attendere una sciagura collettiva per ritagliarsi il suo spazio. “In Europa i ragazzi a 17 anni giocano in Champions, in Italia si parla tanto di talenti ma forse non siamo pronti culturalmente a considerarli tali”, ha sbottato, lanciando una frecciata a un sistema che spesso frena l’entusiasmo dei propri prodotti del vivaio. Un concetto che ribadisce con forza quando invita a non chiamare più “giovani” calciatori della sua età: “Per il calcio non lo siamo”, ha tagliato corto. In questo senso, ha voluto spezzare una lancia a favore di un collega, Francesco Pio Esposito, attaccante dell’Inter di due anni più piccolo, per il quale non ha risparmiato complimenti: “È fortissimo, fisicamente e anche mentalmente. È il futuro dell’Italia”, ha sentenziato, riconoscendo nel nerazzurro quelle qualità che, probabilmente, vede anche in se stesso.
Da signor nessuno a signor qualcuno, senza cambiare
L’aspetto più affascinante della storia di Antonio Vergara, però, è forse il modo in cui sta vivendo questa improvvisa popolarità. Il ragazzo è consapevole di essere passato dall’essere “il signor nessuno al signor qualcuno” nel giro di poche settimane, e racconta con un sorriso di essersi accorto di non essere più un “invisibile” per la gente, una condizione che definisce “divertente da un lato”. Eppure, non ha cambiato le sue abitudini: frequenta i soliti pochi amici, quelli a cui il calcio non interessa nemmeno, e continua a fare le cose di sempre. Sa, perché Conte glielo ricorda ogni giorno, che la responsabilità è una compagna nuova con cui fare i conti: “So che devo dimostrare il triplo, certo. È un peso ma di quelli belli”, ha spiegato, guardando al futuro con la consapevolezza che i big stanno rientrando e che il suo spazio potrebbe ridursi. Ma l’importante, adesso, è essersi preso questa ribalta, e averlo fatto nel modo giusto: da professionista serio, con la testa sulle spalle e il sogno, neanche troppo nascosto, di regalare ai suoi familiari una vita senza preoccupazioni.




