Roberta Petrelluzzi e il caso Garlasco: "Non me ne sono mai occupata, ed è un vanto"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Mentre il caso di Garlasco continua a occupare le prime pagine dei giornali e le scalette dei talk show, c’è chi, nel mondo dell’informazione giudiziaria, rivendica con orgoglio una distanza siderale da quell’onda mediatica. Roberta Petrelluzzi, storica conduttrice di "Un giorno in pretura", programma cult di Rai 3 giunto ormai alla sua trentottesima edizione, ha scelto di rompere il silenzio per prendere le distanze da quello che definisce un "circo" mediatico. E lo fa con una schiettezza che non lascia spazio a fraintendimenti: "Non me ne sono mai occupata, ed è un vanto".
La voce fuori dal coro della tv giudiziaria
Petrelluzzi, che da quasi quarant’anni conduce il fortunato format dedicato ai grandi processi italiani, rappresenta una sorta di anomalia nel panorama televisivo contemporaneo. Laddove imperversano le ricostruzioni romanzate, le telecamere nei tribunali e il dibattito acceso tra opinionisti, la sua linea editoriale è sempre stata improntata a un rigore che oggi, a suo dire, appare fuori moda. "Tutta la tv è invasa dalla cronaca nera", ha dichiarato la giornalista, commentando la saturazione del palinsesto con storie di sangue e misteri irrisolti.
E proprio il caso di Chiara Poggi, la giovane uccisa a Garlasco nel 2007, sembra essere diventato il simbolo di questa deriva spettacolarizzante, con la riapertura delle indagini che ha riacceso i riflettori su una vicenda giudiziaria già ampiamente dibattuta in passato.
"Il male l'ho incontrato con Angelo Izzo"
La presa di distanza della conduttrice non è generica, ma si radica in una precisa concezione del mestiere di giornalista. Per Petrelluzzi, occuparsi di fatti di cronaca nera non significa inseguire l'audience a ogni costo, bensì raccontare i meccanismi della giustizia con il giusto distacco. Ecco perché, nel suo intervento, ha voluto tracciare un netto confine tra ciò che fa il suo programma e ciò che, invece, accade nel resto della televisione.
"Il male l'ho incontrato con Angelo Izzo", ha affermato, riferendosi al caso del mostro del Circeo, un processo che "Un giorno in pretura" ha seguito con la consueta sobrietà. Quell'esperienza, per la giornalista, è stata esemplare di un approccio che non ha nulla a che vedere con il sensazionalismo: i fatti, le prove, le sentenze, senza bisogno di aggiungere carne al fuoco.
Il programma che ha fatto scuola
Nato il 18 gennaio 1988, "Un giorno in pretura" è cresciuto insieme al pubblico di Rai 3, diventando un punto di riferimento per chi cerca un'informazione giudiziaria approfondita e rispettosa. La nuova edizione, tornata in onda l'8 luglio in prima serata su Rai 3 e in streaming su Raiplay, punta a confermare il suo successo, forte di un linguaggio che non cede alle tentazioni del trash. "Siamo sempre fiduciosi", ha detto Petrelluzzi a proposito delle sei puntate del mercoledì sera, dimostrando che la formula del programma regge nonostante il mutare dei gusti del pubblico.
Ma la sua riflessione va oltre, toccando un tema scottante: la figura del conduttore di cronaca nera nell'era dei social e dell'audience compulsiva.
"Mai trattato Garlasco, me ne vanto"
Le parole di Petrelluzzi suonano come un manifesto contro la spettacolarizzazione del dolore. Nel suo ragionamento, il caso di Garlasco rappresenta l'emblema di un sistema che trasforma le tragedie in prodotti seriali, dimenticando che dietro ogni titolo ci sono persone e famiglie distrutte. "Non sono riusciti a trovare le prove sufficienti, si deve chiudere", ha dichiarato la conduttrice, commentando la posizione di Alberto Stasi, ex fidanzato di Chiara Poggi, che per due volte è stato assolto in via definitiva.
Per lei, la riapertura delle indagini non giustifica il circo mediatico che ne è scaturito, né tantomeno la trasformazione di un procedimento giudiziario in una soap opera. L'approccio del suo programma, al contrario, è sempre stato quello di raccontare il diritto e i suoi errori, senza mai inseguire il clamore del momento.
In un'epoca in cui la cronaca nera sembra aver conquistato ogni fascia oraria, la voce di Roberta Petrelluzzi si leva come un richiamo alla misura e al buon senso. La sua scelta di non occuparsi mai di Garlasco, rivendicata con fierezza, è il riflesso di una professionalità che rifiuta di piegarsi alle logiche dell'intrattenimento. Mentre i riflettori si accendono e spengono sui vecchi misteri, lei continua a fare il suo mestiere con la stessa coerenza di sempre, dimostrando che si può parlare di giustizia senza trasformare il tribunale in un palcoscenico.
E se qualcuno le chiederà ancora di Garlasco, la risposta è già pronta: "Non me ne sono mai occupata, ed è un vanto".




