Powell a Jackson Hole apre ai tagli, timori sul lavoro più forti dell'inflazione da dazi
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Redazione Economia
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Il tradizionale simposio di Jackson Hole, che si tiene nel Wyoming dal 1982 e riunisce i banchieri centrali di tutto il mondo, ha offerto quest'anno una svolta significativa nella comunicazione della Federal Reserve. Il presidente Jerome Powell, nel suo intervento di giovedì 22 agosto, ha infatti delineato un cambio di rotta nella politica monetaria americana, indicando la possibilità concreta di un alleggerimento dei tassi di interesse già a partire dal prossimo mese di settembre.
La motivazione principale addotta da Powell, la cui cauta apertura è stata immediatamente colta al volo dai mercati, risiede in una preoccupazione inedita: i segnali di un marcato deterioramento del mercato del lavoro statunitense vengono ora considerati, alla Fed, un pericolo più pressante rispetto alla tenuta dell’inflazione, la cui recente impennata è stata peraltro in parte attribuita all’introduzione di nuovi dazi. «Con una politica monetaria in territorio restrittivo», ha affermato Powell, «le prospettive di base e l’evoluzione dei rischi potrebbero giustificare un adeguamento della nostra posizione».
Questa presa di posizione, che molti analisti interpretano come un preludio a un ciclo di riduzioni del costo del denaro, ha prodotto un effetto immediato sulle piazze finanziarie globali. Le Borse europee, dopo un’attesa carica di nervosismo, hanno chiuso la sessione di giovedì in netto rialzo, trainate proprio dall’ottimismo dilagato a Wall Street, dove l’indice Dow Jones ha registrato un balzo del 2%. Piazza Affari, con un Ftse Mib in rialzo dello 0,69%, e Madrid, con l’Ibex salito dello 0,7%, si sono distinte come le performance migliori del Vecchio Continente, seguite a ruota dal Cac40 di Parigi e dal Dax di Francoforte




