La polizia stradale scopre chi ha tolto il filtro antiparticolato
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Redazione Economia
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La polizia stradale ha dichiarato una guerra senza quartiere ai cosiddetti “furbetti del diesel”, potendo ora contare su dispositivi tecnologici in grado di smascherare, in tempi rapidissimi e direttamente sul posto di blocco, l’illecita rimozione dei sistemi di trattamento dei gas di scarico. L’innovativo apparato di controllo, che si avvale di strumenti diagnostici OBD portatili di ultima generazione, rappresenta una svolta significativa nella repressione di un fenomeno ampiamente diffuso, consentendo agli agenti di verificare in pochi minuti, senza dover ricorrere a un’officina autorizzata, l’integrità o la presenza stessa dei complessi dispositivi antinquinamento.
I dispositivi sotto esame
I moderni veicoli diesel, i quali sono progettati per rispettare normative ambientali sempre più stringenti, dispongono di un insieme sofisticato di componenti – come i filtri antiparticolato, noti come DPF o FAP, le valvole EGR e i catalizzatori SCR con i loro serbatoi di AdBlue – la cui funzione primaria è abbattere le emissioni inquinanti. Questi stessi dispositivi, sebbene fondamentali per la tutela dell’aria, richiedono però una manutenzione accurata e possono andare incontro a guasti costosi, un aspetto che, nel corso degli anni, ha indotto non pochi automobilisti e aziende di autotrasporto a ricorrere a manomissioni per eludere gli oneri di riparazione.
Il meccanismo dei controlli su strada
La procedura di verifica, che si annuncia come un deterrente formidabile, si basa su apparecchi portatili in grado di interfacciarsi direttamente con la centralina elettronica del veicolo. Attraverso una connessione alla presa OBD, la quale fornisce un accesso privilegiato ai dati del sistema di bordo, gli strumenti in dotazione alla stradale sono in grado di rilevare anomalie software, reset non autorizzati o la totale assenza della comunicazione da parte di quei moduli che gestiscono, per l’appunto, il filtro antiparticolato o l’iniezione dell’AdBlue, segnali inequivocabili di una manomissione.
Una pratica a rischio elevato
La possibilità di individuare con immediatezza le alterazioni, che fino a poco tempo fa potevano passare inosservate durante un normale controllo, innalza notevolmente il rischio per chi decide di procedere all’eliminazione fisica o alla disattivazione digitale di tali impianti. L’introduzione di questi accertamenti tecnici così avanzati, i quali si concentrano su autovetture, furgoni e autocarri, mira a colpire una pratica illegale che, oltre a danneggiare l’ambiente in modo consistente, crea una pericolosa sperequazione di condizioni tra chi opera nella legalità e chi, invece, cerca scorciatoie illecite.




