Smart working addio? Il “Back to office” accelera anche in Italia, da Stellantis a Palazzo Chigi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La retromarcia sullo smart working, quella che oltreoceano ha già assunto i contorni di una tendenza strutturale con i grandi colossi della tecnologia pronti a richiamare i dipendenti alla scrivania, ha accelerato con decisione anche in Italia. Il lavoro da remoto, che durante l’emergenza sanitaria era stato celebrato come il volano di una rivoluzione copernicana delle abitudini professionali, si scopre oggi sempre più spesso oggetto di una revisione profonda. Non si tratta, a ben guardare, di un semplice aggiustamento organizzativo, bensì di un'inversione di rotta che coinvolge tanto la grande industria manifatturiera quanto i gangli dell'amministrazione pubblica, quasi vi fosse una regia implicita e trasversale nel ridimensionare quella flessibilità spaziale che aveva ridisegnato la geografia della produttività.

La mossa di Stellantis e le scadenze triennali

Nel dettaglio delle scelte aziendali, il caso di Stellantis appare emblematico di come si stia evolvendo la riflessione sul rapporto tra presenza fisica ed efficienza. L’amministratore delegato Antonio Filosa, con una comunicazione che non ha lasciato spazio a fraintendimenti, ha informato lavoratori e organizzazioni sindacali che, con lo spirare del 2026, chi beneficia del lavoro agile dovrà prepararsi a rientrare stabilmente in sede. La scadenza è fissata al 2027, un orizzonte temporale che interessa da vicino quelle circa diecimila persone che, tra i trentamila occupati del gruppo in Italia, hanno usufruito in questi anni della possibilità di alternare la prestazione tra domicilio e ufficio. Già nei mesi precedenti, del resto, il presidente John Elkann aveva lasciato intendere come il modello promosso dall'epoca della pandemia andasse riconsiderato, anticipando quella che oggi è una linea di condotta operativa. E, sebbene i sindacati, con il segretario generale della Cgil Piemonte Giorgio Airaudo, abbiano sottolineato come “le persone non siano oggetti che si accendono o si spengono a piacimento”, la direzione aziendale appare orientata a valutare le singole posizioni caso per caso, pur senza mettere in discussione il principio del rientro generalizzato.

Le tensioni nel settore tecnologico: il caso Ubisoft

Dalle catene di montaggio all'innovazione digitale, il passo è breve e le tensioni che si registrano nel comparto tech confermano la complessità del momento. La multinazionale francese Ubisoft, specializzata nello sviluppo di videogiochi con una sede ad Assago, alle porte di Milano, ha inaspettatamente imposto ai suoi 110 dipendenti italiani il ritorno in ufficio per cinque giorni alla settimana, azzerando di fatto ogni forma di accordo preesistente. La decisione, comunicata senza un preavviso che consentisse una riorganizzazione familiare ed economica, ha innescato una reazione immediata: tre giorni di sciopero con presidio sotto la sede, indetti dalla Fiom. Molti di quei lavoratori, assunti con la prospettiva di un regime ibrido, avevano nel tempo trasferito la propria residenza fuori dal capoluogo lombardo o addirittura in altre regioni, approfittando di un costo della vita più sostenibile rispetto a quello milanese. Andrea Rosafalco, della Fiom di Milano, ha evidenziato come una scelta così drastica rischi di stravolgere equilibri personali consolidati, imponendo l'alternativa secca tra un trasferimento oneroso in una città dai costi proibitivi o l'abbandono del posto di lavoro.

La spinta della Pubblica Amministrazione

Parallelamente alle iniziative del settore privato, anche lo Stato, nelle sue diverse articolazioni, sembra voler stringere le maglie del lavoro agile. A Palazzo Chigi, così come in molti altri ministeri, l'ondata di rientro è già stata avviata da tempo, con una progressiva riduzione dei giorni di smart working concessi ai dipendenti. La ratio, spesso richiamata in circolari e direttive, è quella di garantire una maggiore efficienza e un più agevole coordinamento delle attività, ma anche di rispondere a una certa retorica, diffusa in ampi settori dell'opinione pubblica, che vede nel ritorno alla scrivania un presupposto indispensabile per il controllo e la produttività. L'impressione, a ben vedere, è che il famoso “nuovo mondo del lavoro” celebrato nel 2020 stia attraversando una fase di ridefinizione piuttosto brusca, con aziende e amministrazioni che sembrano voler recuperare il controllo di un fenomeno che, nei fatti, aveva messo in discussione gerarchie e modalità di valutazione della prestazione.

La complessità del rientro forzato

Le ragioni che spingono verso il rientro, del resto, sono molteplici e non sempre riconducibili a mere valutazioni di produttività. C'è, in questa spinta al back to office, anche una componente culturale e generazionale che merita di essere considerata con attenzione. I manager cresciuti con l'idea della presenza come sinonimo di impegno faticano talvolta ad accettare modelli organizzativi basati sulla fiducia e sugli obiettivi. E così, mentre Amazon e Meta hanno già tracciato la strada oltreoceano con politiche sempre più restrittive, in Italia il fenomeno assume contorni sfumati ma inequivocabili: le mail con oggetto “Rientro” o “Nuova organizzazione del lavoro” si moltiplicano, e le riunioni in call dal salotto di casa lasciano nuovamente spazio al traffico nelle ore di punta e al badge timbrato. Resta da capire, negli sviluppi giudiziari e nelle trattative sindacali che si apriranno nei prossimi mesi, se queste scelte unilaterali reggeranno al confronto con le istanze dei lavoratori o se, invece, si assisterà a un moltiplicarsi di vertenze e contenziosi.

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