Chi ci guadagna dalla guerra in Iran, la classifica dei vincoli e dei conti che lievitano

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La bellezza di 4,558 dollari al gallone. Questo il numero che, secondo la rilevazione dell’AAA, racconta meglio di ogni altra analisi lo stato d’animo degli automobilisti americani, i quali, a bordo dei loro pickup o delle station wagon, si trovano a dover fronteggiare un rincaro che in soli dodici mesi ha superato abbondantemente il metro e mezzo di dollaro. Il diesel, dal canto suo, non se la passa meglio: oscilla pericolosamente a soli 14,2 centesimi dal record assoluto toccato in passato, una stangata che colpisce duro i pendolari da San Francisco a Boston. Ma mentre il consumatore medio stringe i denti davanti alla pompa di benzina, dall’altra parte dell’oceano c’è chi, verosimilmente, stappa lo champagne, perché ogni guerra – è bene ricordarlo – porta con sé non solo lutti e distruzione, ma anche l’occasione, per quanto spietata, di spostare ingenti quantità di ricchezza.

Il saldo della partita doppia tra Stati vincitori e Stati vinti

A elaborare una sorta di “partita doppia” dei profitti di questo conflitto, iniziato il 28 febbraio con l’attacco congiunto di Usa e Israele, ci ha pensato il Derasat, un centro studi sponsorizzato dal governo del Bahrein. Il rapporto – lo ha spiegato un dirigente dell’ente, Abdullah Alabbassi, a margine di un seminario organizzato a Milano dall’Ispi e dal Doha Forum – mette in fila cinque “vincitori” e cinque “perdenti”, calcolando extra incassi e costi supplementari. Ebbene, a svettare in cima alla classifica dei beneficiari troviamo la Russia, la quale può vantare un surplus stimato di 5,2 miliardi di dollari: un tesoretto che deriva dalla combinazione letale tra l’allentamento delle sanzioni – deciso dall’amministrazione Trump – e un aumento del 50% della domanda proveniente dall’India. Subito dopo, ecco gli stessi Stati Uniti d’America con 4,5 miliardi di dollari di ricavi aggiuntivi, frutto del collasso delle forniture arabe che ha dato nuova linfa vitale alla produzione interna di shale gas. Stesso discorso, sia pure in scala leggermente ridotta, per la Norvegia (+1,8 miliardi) e per il Canada (+1,2 miliardi); curioso, infine, il caso dell’Indonesia, dove gli 800 milioni di extragettito non derivano dal greggio, bensì dal carbone, tornato improvvisamente a essere una materia prima ricercatissima, soprattutto nel Sud-est asiatico.

I costi astronomici per Cina, Europa e le tensioni nel Golfo

Dall’altra parte del tabellone, quella dei “perdenti”, la sorpresa è relativa ma le cifre restano da capogiro. La Cina, per sostituire quel 40-45% di petrolio e quel 13,9% di acciaio che importava dal Golfo Persico, ha dovuto pagare una fetta extra di mercato pari a 16,8 miliardi di dollari. La seguono il Giappone (7,7 miliardi) e l’India (6,7 miliardi), quest’ultima colpita anche dalla scarsità di fertilizzanti. Corea del Sud a 5,4 miliardi e, in coda, l’Eurozona: dal giorno dell’attacco ad oggi, i Paesi dell’euro hanno speso 4,2 miliardi di dollari in più, principalmente per compensare le mancate forniture di gas da parte del Qatar. Tuttavia, non tutte le monarchie del Golfo sono sulla stessa barca; Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, stando alle ricostruzioni, stanno cercando attivamente passaggi alternativi allo Stretto di Hormuz. I sauditi hanno portato al massimo la capacità dell’oleodotto East-West (circa 7 milioni di barili al giorno) per scaricare il greggio nel Mar Rosso, mentre l’emergenza sembra averli spinti a riallacciare un dialogo – seppur complesso – con gli Houthi per garantire la sicurezza nello Stretto di Bab el-Mandeb, mettendo da parte, almeno in parte, le antiche rivalità.

L’altra faccia della medaglia: i conti record di Shell, banche e industria bellica

Se si scende dal livello macroeconomico a quello microeconomico, il quadro non cambia: ci sono interi settori che stanno vivendo una vera e propria età dell’oro. Le società energetiche europee, in particolare, stanno raccogliendo i frutti più succosi. Basti pensare ai profitti della Shell, che sono schizzati a 6,92 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2026, o alla francese TotalEnergies arrivata a 5,4 miliardi; e che dire della BP, che ha visto i suoi utili raddoppiare fino a toccare quota 3,2 miliardi. Questi numeri – alimentati dalla volatilità dei prezzi del greggio che consente ai trader di guadagnare sulle oscillazioni – raccontano di una corsa all’oro nero a cui nemmeno l’Italia resta estranea: l’Eni ha chiuso lo stesso periodo con un utile operativo di 3,54 miliardi di euro. La liquidità, inoltre, è defluita a torrenti anche nel sistema bancario; la frenesia del trading sui mercati, conseguenza diretta dell’instabilità, ha gonfiato i libri contabili delle sei grandi banche americane – J.P. Morgan, Bank of America, Morgan Stanley, Citigroup, Goldman Sachs e Wells Fargo – le quali insieme hanno realizzato utili complessivi per 47,7 miliardi di dollari. A completare il “triangolo d’oro” dei guadagni bellici ci pensa infine l’industria della difesa: Lockheed Martin, Boeing e Northrop Grumman hanno già annunciato ordini record, mentre in Italia Leonardo ha chiuso il trimestre con un balzo del 33,2% del risultato operativo e ordini per 9 miliardi di euro, la prova inequivocabile che, quando si parla di armi e petrolio, la domanda globale non conosce crisi.

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