Uova di Pasqua, prezzi su e peso giù: la doppia stangata della shrinkflation
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Redazione Economia
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Mancano ormai pochi giorni alla domenica di Pasqua, e come ogni anno l’avvicinarsi della ricorrenza riporta in primo piano il consueto dilemma degli acquisti tra le corsie dei supermercati, dove le uova di cioccolato – simbolo indiscusso della festività – si presentano quest’anno con una caratteristica che sta facendo infuriare i consumatori, quella di essere sensibilmente più leggere pur mantenendo, o addirittura aumentando, il prezzo di listino. A fotografare il malumore diffuso è un’indagine realizzata dall’Istituto Piepoli per conto di Udicon (Unione per la difesa dei consumatori), dalla quale emerge che quasi nove italiani su dieci segnalano rincari sui prodotti tipici pasquali, con le uova di cioccolato in cima alla lista dei capi di accusa. Ciò che però fa registrare il picco di irritazione, secondo i dati raccolti, non è tanto l’aumento in sé, quanto piuttosto la modalità con cui questo viene applicato: la riduzione delle quantità a parità di prezzo, fenomeno noto con il termine inglese “shrinkflation” (o “sgrammatura” in italiano), viene percepita dall’84% degli intervistati, una percentuale che lascia intendere come la strategia commerciale sia ormai sotto gli occhi di tutti, sebbene venga giudicata subdola.
Quando il cioccolato si fa più raro nella stessa scatola
La dinamica è chiara e, per chi fa la spesa, tutt’altro che nuova: la confezione rimane simile a quella dell’anno scorso, il prezzo sullo scaffale non subisce variazioni sostanziali, ma aprendo l’involucro ci si accorge che il peso netto è diminuito. È questa la “sgrammatura”, una pratica che sostanzialmente aggira la percezione del rincaro da parte del consumatore, colpito però nella quantità. Secondo il sondaggio di Udicon e Piepoli, ben il 46% degli italiani ritiene che le uova siano oggettivamente più piccole, e la maggioranza di questi si dice infastidita al punto da preferire un semplice aumento del prezzo a parità di peso, piuttosto che assistere a questo “rimpicciolimento”. Un segnale forte, questo, che racconta la quotidianità di milioni di famiglie alle prese con un carrello che si svuota più in fretta: tre italiani su quattro, infatti, dichiarano di aver già modificato le proprie abitudini di spesa a causa di questo fenomeno, orientandosi verso i discount o cambiando marca piuttosto che subire passivamente il gioco al ribasso delle quantità.
A confermare i rincari sul fronte economico ci pensa poi un’altra nota associazione di consumatori, il Codacons, che ha monitorato l’andamento dei prezzi al dettaglio nelle principali catene distributive. L’analisi, effettuata al netto di promozioni e offerte, ha registrato ritocchi al rialzo che vanno mediamente dal +6% fino a punte del +10% per alcuni marchi di uova di cioccolato, mentre per le colombe pasquali – che rappresentano l’altro grande classico della tavola – gli aumenti si attestano attorno a un più contenuto +3%. Nel dettaglio, il prezzo al chilo di un uovo di marca industriale può superare nel 2026 la soglia dei 77 euro, a fronte dei circa 70 euro registrati nello stesso periodo dell’anno scorso; un dato che, tradotto in costi al singolo pezzo, colloca il prezzo medio di un uovo nella grande distribuzione tra i 7 e i 22 euro, a seconda ovviamente delle dimensioni, del marchio e della linea prescelta (se destinata ai bambini o agli adulti).
Il paradosso del cacao e le reazioni nei carrelli
La circostanza appare paradossale se letta alla luce dell’andamento delle materie prime, in particolare del cacao, il cui prezzo sui mercati internazionali ha subito una brusca frenata rispetto ai picchi storici registrati nel biennio precedente. Dopo aver toccato i 12 mila dollari a tonnellata alla fine del 2024, le quotazioni si sono infatti stabilizzate, attestandosi attualmente intorno ai 3.300 dollari, con un deprezzamento di circa il 58% nell’arco di dodici mesi. Nonostante ciò, il beneficio di questo calo non è ancora approdato sugli scaffali, almeno per quanto riguarda i prodotti finiti. Una spiegazione che viene fornita dallo stesso Codacons, il quale osserva come i prodotti oggi in vendita siano stati verosimilmente realizzati con scorte di cacao acquistate nei mesi precedenti, quando i prezzi erano ancora molto elevati, e che quindi il calo delle materie prime impiegherà del tempo per tradursi in una riduzione effettiva dei listini al dettaglio.
Intanto, sul mercato, la forbice tra prodotti industriali e artigianali si allarga ulteriormente. Se per le uova di fascia alta – quelle firmate dai grandi pasticceri o dagli chef stellati – il prezzo può facilmente superare i 100 euro al pezzo, spingendosi in alcuni casi fino a cifre da capogiro per le edizioni di lusso, è sul segmento di massa che si gioca la partita più delicata. Il mercato italiano delle uova e delle colombe vale complessivamente oltre 600 milioni di euro all’anno, un giro d’affari che quest’anno rischia di essere condizionato non solo dall’aumento dei prezzi, ma soprattutto dalla reazione di un pubblico che, come dimostra l’indagine di Udicon, sembra aver perso la pazienza di fronte a queste pratiche commerciali. L’effetto della shrinkflation, infatti, non passa più inosservato: gli italiani hanno imparato a riconoscerla e, stando ai numeri, stanno già punendo con il carrello le aziende che la applicano.




