Il testa a testa in Slovenia: Golob avanti di un soffio, Jansa insidia il governo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’aria che si respirava ieri a Lubiana, tra i seggi aperti dalle sette del mattino fino alle sette di sera, era quella tipica delle elezioni che sembrano destinate a non avere un vincitore certo. A poche ore dalla chiusura delle urne, i primi exit poll diffusi dalla televisione pubblica slovena, TV Slovenia, hanno provato a dare un ordine alla contesa, consegnando un quadro di sostanziale equilibrio. Il Movimento per la Libertà, che fa capo all’attuale primo ministro Robert Golob, si è visto attribuire il 29,9% dei voti, una percentuale che lo colloca in testa, ma con un margine così sottile da non poter essere interpretato come una chiara investitura popolare. Insieme a lui, nella sfida per la guida del Paese, c’è Janez Jansa, il leader del Partito Democratico Sloveno (SDS), che insegue con il 27,5%, forte di una campagna elettorale che ha cercato di capitalizzare il malcontento accumulato negli ultimi anni.

La sfida, insomma, si gioca su un filo sottile, quello che separa la riconferma del centrosinistra dal ritorno al potere di un esponente della destra sovranista, già più volte alla guida del governo di Lubiana. Il dato che più di ogni altro pesa sulle prospettive di chiunque voglia formare un esecutivo è però un altro: nessuno dei due schieramenti principali sembra in grado di raggiungere la soglia della maggioranza assoluta dei seggi, un'eventualità che getta il Paese in una fase di inevitabile incertezza politica. I numeri emersi dai primi rilevamenti suggeriscono che il prossimo Parlamento sarà frammentato, con i partiti minori destinati a giocare il ruolo di ago della bilancia in una partita di logiche e negoziati che si preannunciano complessi.

A rendere questa competizione ancora più avvincente, e per certi versi tesa, è il confronto tra due visioni antitetiche non solo per la Slovenia, ma anche per il più ampio contesto europeo. Golob, che nel 2022 era riuscito a imporsi come novità politica travolgendo l’allora governo Jansa, oggi si trova a difendere la sua maggioranza liberale con i numeri ridotti rispetto al trionfo di quattro anni fa. Dall’altra parte, Jansa, che di mandati ne ha già ricoperti tre, ha condotto una battaglia all’insegna del ritorno a quelli che lui definisce i “valori sloveni”, una piattaforma che affonda le radici in un sovranismo culturale ed economico già sperimentato durante la sua precedente gestione. Fu proprio quel periodo, segnato da tensioni con l’Unione Europea e da un approccio giudicato autoritario nella gestione della pandemia, a spingere in piazza decine di migliaia di cittadini e a preparare il terreno per l’ascesa del suo sfidante.

Ma l’importanza di queste elezioni, che hanno chiamato alle urne circa due milioni di cittadini, travalica i confini della piccola repubblica alpina. La Slovenia, membro dell’Unione Europea e della Nato dal 2004, si trova al crocevia di due modelli politici contrapposti che si contendono lo spazio nell’Est Europa. Da un lato c’è il primo ministro uscente Golob, che rappresenta la continuità con la linea liberal-democratica prevalente in gran parte delle istituzioni europee; dall’altro, Jansa, il cui partito ha manifestato in più occasioni una vicinanza ideologica a figure come il premier ungherese Viktor Orban e, più di recente, allo stesso presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Questa affinità politica, nel corso della campagna, ha alimentato le tensioni, trasformando il voto sloveno in un banco di prova per le ambizioni del sovranismo nel cuore dell’Europa.

Un clima avvelenato e il nodo delle alleanze

La campagna elettorale che si è conclusa ieri non è stata priva di ombre. A complicare il quadro, nelle ultime settimane, sono emerse accuse relative a presunte ingerenze straniere, con i giornalisti investigativi che hanno puntato il dito contro il coinvolgimento di una società privata israeliana, Black Cube, accusata di aver tentato di condizionare il voto attraverso la diffusione di video nascosti volti a screditare l’attuale governo. La vicenda, che ha portato il primo ministro Golob a chiedere un’indagine europea, ha ulteriormente inasprito il clima, rendendo la competizione particolarmente accesa. Jansa, che ha ammesso i contatti con la società senza riconoscere le accuse di interferenza, ha dal canto suo definito l’esecutivo di Golob un "sindacato del crimine", in una spirale di accuse reciproche che ha caratterizzato la fase finale della corsa.

Con i seggi virtualmente divisi a metà tra i due blocchi, l’attenzione si sposta ora sui partiti più piccoli, destinati a diventare gli arbitri della futura maggioranza. I risultati parziali indicano che formazioni come la Nuova Slovenia, i Socialdemocratici o il movimento ambientalista Vesna potrebbero conquistare i seggi necessari per far pendere l’ago della bilancia. Il presidente uscente, Golob, ha già fatto sapere di essere disposto a parlare con tutte le forze politiche, escludendo però a priori un’alleanza con il suo principale rivale Jansa. Dall’altra parte, il leader dell’SDS, dopo aver preso atto dei primi exit poll, ha lanciato un messaggio chiaro, avvertendo che la sua formazione non intende sostenere un governo che definisce "instabile", lasciando intendere che la strada verso la formazione di un nuovo esecutivo sarà lunga e tortuosa. La parola, ora, passa ai numeri ufficiali e ai contatti informali che, nelle prossime ore, inizieranno a tessere la tela del prossimo esecutivo di Lubiana.

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