Stellantis, mille nuovi posti in Algeria mentre l’Europa guarda

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il gruppo automobilistico nato dalla fusione tra Fca e Psa ha avviato i lavori per la seconda fase di ampliamento dello stabilimento Fiat di Tafraoui, vicino a Orano, con l’obiettivo dichiarato – e forse mai così ambizioso – di aumentare la capacità produttiva da 90 a 135 mila veicoli l’anno entro il 2028. Una strategia, questa, che prescinde dalle tradizionali aree di mercato per inseguire quella che appare, agli occhi degli analisti, come la principale variabile del settore: la redditività. L’investimento, che genererà più di mille nuovi posti di lavoro tra diretti e indotto, si inserisce in un piano più ampio volto a consolidare la presenza del colosso italo-francese nel Nord Africa, trasformando il sito di Tafraoui in un hub regionale per la produzione e l’esportazione.

I numeri di una scommessa algerina

La fabbrica, operativa dal dicembre 2023, ha già mostrato una crescita esponenziale della produzione, passando dalle 17 mila unità del 2024 alle 53 mila del 2025, grazie anche all’entrata in funzione dei reparti di carrozzeria e verniciatura avvenuta nello scorso settembre. I lavori attuali prevedono l’ampliamento delle linee di saldatura e assemblaggio, oltre alla costruzione di una nuova unità dedicata alla verniciatura, per far fronte alla domanda crescente del mercato locale e preparare il lancio, ormai imminente, della Fiat Grande Panda in configurazione Ckd (Completely Knocked Down). Si tratta di un salto di qualità notevole, se si considera che l’obiettivo per la fine del 2026 è raggiungere le 90 mila vetture prodotte annualmente, un volume che richiederà un’organizzazione logistica e una catena di fornitura decisamente più solide di quelle attuali.

Il nodo della componentistica e le tensioni con l’Italia

Proprio sulla filiera, tuttavia, si gioca la partita più delicata. L’Algeria impone un tasso di integrazione locale crescente, che dovrebbe toccare il 30% entro il 2026, ma il tessuto di fornitori locali non è ancora pronto a garantire i componenti principali. Per ovviare a questo scoglio, Stellantis si è rivolta ai fornitori italiani, cercando di convincerli a investire direttamente sul territorio nordafricano – una mossa che, come prevedibile, ha sollevato un vespaio di proteste in Italia, dove sindacati e politica gridano alla delocalizzazione. Il gruppo, da parte sua, ha tentato di spegnere le polemiche assicurando che i veicoli prodotti a Orano sono destinati esclusivamente al mercato algerino e non all’Europa, cercando di distinguere tra cooperazione industriale e fuga di imprese. Resta il fatto che, mentre in Europa si discute di transizione e si tagliano gli incentivi, l’Algeria offre incentivi fiscali, energia a basso costo e una manodopera competitiva, elementi che per una multinazionale come Stellantis pesano più di qualsiasi bandiera.

Una crescita che lascia indietro il Vecchio Continente

L’espansione di Tafraoui, che entro il 2028 posizionerà l’impianto tra i più grandi del gruppo nell’area Medioriente e Africa, rappresenta un campanello d’allarme per l’industria europea. Non si tratta di un episodio isolato, ma del tassello di una visione che guarda a sud per abbattere i costi di produzione, laddove le prospettive di crescita sono più alte e la burocrazia meno opprimente. La decisione di Stellantis di creare mille nuovi posti in Algeria – mentre in Italia e in Francia si naviga a vista tra crisi delle vendite e riconversioni annunciate – è una scelta di campo netta: il mercato si muove verso le aree geografiche dove si produce a minor costo. L’Europa, in questo frangente, sembra assistere inerte a un trasferimento di capacità produttiva che rischia di ridurne ulteriormente il peso industriale, senza opporre quella reazione immediata che solo gli investimenti concreti possono garantire.

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