Giubileo dei detenuti, la preghiera varca le sbarre
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Redazione Interno
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La Porta Santa di San Pietro si è richiusa su un flusso insolito di pellegrini, seimila uomini e donne giunti da novanta paesi, le cui divise, o meglio l'assenza di una divisa, raccontavano una storia di esclusione e di attesa. Provenienti, tra gli altri, dal carcere femminile di Rebibbia, dal minorile di Casal del Marmo e dalla Casa Circondariale di Rieti, hanno partecipato alla messa presieduta da Papa Leone XIV, segnando il culmine del Giubileo dei detenuti, ultimo grande evento di questo Anno Santo. Un passaggio, il loro, che va oltre il simbolo religioso e tocca le corde di una giustizia spesso dimenticata, come ha sottolineato il Pontefice stesso richiamando, con parole inequivocabili, la necessità di riflettere su amnistia e condono della pena di fronte al male endemico del sovraffollamento.
Il vescovo tra le sbarre: "Qui il dolore è più acuto"
Quel richiamo, del resto, trova immediata e cruda conferma nelle statistiche nazionali, le quali pongono l'Italia ai vertici europei per affollamento carcerario con un tasso medio del 137%, un dato che in alcuni istituti, come quello di Lucca, raggiunge picchi inaccettabili del 244%, soffocando nella promiscuità oltre sessantaquattromila esistenze. Un panorama desolante che rende ancora più significativa la scelta di quanti, come l'arcivescovo di Trento Lauro Tisi, hanno voluto celebrare il Giubileo proprio davanti al cancello di un penitenziario, quello di Spini di Gardolo. Dopo aver celebrato la messa all'interno, Tisi ha spiegato senza mezzi termini la propria presenza: “Se vogliamo interpretare il Vangelo non possiamo stare lontano dai detenuti”. Aggiungendo, con una testimonianza che scaturiva dall'esperienza diretta di quelle ore, che “qui dentro c'è chi soffre di più”, una verità elementare che impone una vicinanza che non è semplice solidarietà ma, per chi crede, un imperativo categorico per non tradire il messaggio cristiano.
La speranza come unica evasione possibile
In quello stesso spazio di dolore, tuttavia, il Papa ha indicato una forza che resiste, una luce che "non si spegne mai", ossia la speranza, capace di trapelare persino tra le sbarre più spesse e di accompagnare il desiderio di riscatto. Una carezza spirituale, la sua, offerta in prossimità del Natale, quasi a voler rammentare come la redenzione sia un concetto che trascende i muri e le colpe. L'evento vaticano, con la sua solennità, e le iniziative locali, come quella trentina improntata all'ascolto, disegnano dunque un quadro composito dove la dimensione religiosa si intreccia profondamente con l'emergenza sociale, senza che l'una possa prescindere dall'altra.
Un richiamo che supera la ritualità
La questione carceraria, come evidenziato dalle parole di Leone XIV, si impone con urgenza ben al di là del contesto liturgico, mostrando il suo volto più duro nelle celle stipate all'inverosimile. Il Giubileo ha avuto il merito di riportarla al centro dell'attenzione, anche politica, ricordando che dietro i freddi numeri dell'affollamento, quelli che ci consegnano un primato amaro in Europa, si celano altrettante storie di sofferenza e di attesa. L'apertura della Porta Santa nel carcere di Rebibbia, voluta anni fa da Papa Francesco, e il nuovo, potente monito del suo successore, rappresentano due momenti di un'unica, tenace sollecitazione alle coscienze, perché la dignità della persona non venga annullata dalla pena.




