Pentagon in subbuglio, si dimette il segretario dell'Esercito Driscoll dopo le frizioni con Hegseth
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Un nuovo, improvviso scossone sconvolge gli equilibri già precari del Pentagono, con le dimissioni del segretario dell'Esercito Dan Driscoll che gettano ulteriore benzina sul fuoco delle tensioni interne all'amministrazione Trump. La decisione, giunta dopo diciotto mesi di mandato e resa nota dalle principali testate giornalistiche, sancisce di fatto l'uscita di scena di una delle figure chiave del comparto militare, in un momento storico segnato dall'impegno bellico in Iran e dalle profonde divisioni che lacerano i vertici della Difesa.
Le frizioni con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, culminate in un rapporto ormai logoro e insanabile, rappresentano il movente principale di un addio che lascia l'Esercito americano privo di una guida politica e militare designata in via permanente, gettando un'ombra inquietante sulla capacità operativa della prima potenza mondiale.
Il peso di un'amicizia scomoda e le divergenze strategiche
Il contrasto tra Driscoll e Hegseth non era certo un segreto per gli addetti ai lavori, alimentato da visioni opposte sulla gestione del personale e sul futuro della modernizzazione delle forze armate. Al centro del contendere, la ferma opposizione di Driscoll alla caccia alle streghe che ha portato all'allontanamento di decine di alti ufficiali, tra cui spicca il nome del generale Randy George, ex capo di stato maggiore dell'Esercito, sollevato dall'incarico ad aprile senza una motivazione ufficiale.
Driscoll, che con George condivideva un rapporto di profonda stima e collaborazione, non aveva mai fatto mistero del suo disaccordo con una linea che considerava dannosa per l'efficienza e il morale delle truppe. A complicare ulteriormente il quadro, la stretta amicizia che lega Driscoll al vicepresidente JD Vance, un legame che Hegseth avrebbe interpretato come un tentativo di scavalcarlo e di creare un canale preferenziale con la Casa Bianca, minando la sua autorità.
Un esercito decapitato: i numeri di una crisi senza precedenti
Le conseguenze di questa guerra interna ai piani alti del Pentagono sono sotto gli occhi di tutti e si traducono in numeri che fotografano una situazione di grave instabilità. L'Esercito americano, impegnato su più fronti caldi, si ritrova a navigare a vista, con il ruolo di capo di stato maggiore vacante ormai da oltre centocinquanta giorni, un record negativo che non si registrava dai tempi della guerra del Vietnam.
La poltrona, rimasta scoperta dopo il licenziamento del generale George, attende ancora un successore designato e confermato dal Senato, mentre il generale Christopher LaNeve, fedelissimo di Hegseth, ricopre l'incarico ad interim senza aver ancora ottenuto il sostegno necessario a Capitol Hill. In questo clima, la riduzione del numero di generali a quattro stelle, passati da dieci a soli cinque da quando Hegseth è entrato in carica, rappresenta un'ulteriore, drammatica testimonianza dello sfilacciamento della catena di comando.
La Casa Bianca cerca di minimizzare, ma lo scontento è bipartisan
Nonostante le rassicurazioni di facciata provenienti dalla Casa Bianca, che attraverso la portavoce Anna Kelly ha elogiato il lavoro di Driscoll definendolo "altamente efficace" e ha sottolineato il suo contributo nel rafforzare la prontezza operativa e nel sostenere i negoziati per la pace in Ucraina, il malcontento trasversale che emerge dal Congresso è palpabile.
Le dimissioni del segretario dell'Esercito, lungi dall'essere un semplice cambio di guardia, sono state accolte con preoccupazione tanto dai democratici quanto da esponenti repubblicani, che non nascondono i loro timori per una gestione giudicata sempre più autocratica e dannosa per gli interessi nazionali. Senatori come Mike Rounds (R-S.D.) hanno espresso pubblicamente la loro delusione, mentre figure come il deputato Don Bacon (R-Neb.
) hanno criticato la mancanza di trasparenza e di rispetto nei confronti di ufficiali con decenni di carriera alle spalle, messi alla porta senza una valida giustificazione.
Il contesto di una guerra e l'ombra di un dissenso interno
Il tutto si consuma mentre gli Stati Uniti sono impegnati in un conflitto aperto con l'Iran, una guerra che sta mettendo a dura prova le risorse militari e che ha già visto i comandanti delle varie forze armate sollevare formalmente delle obiezioni sulle strategie del Pentagono, inasprendo ulteriormente i rapporti con il segretario Hegseth.
Le dimissioni di Driscoll, in questo contesto di instabilità e crescenti tensioni, non fanno che aggravare la sensazione di un Dipartimento della Difesa in preda a una crisi di governo, dove la fedeltà personale e l'allineamento ideologico sembrano aver preso il sopravvento sull'esperienza e sulla competenza tecnica.
La partenza del segretario dell'Esercito, l'ennesima di una lunga serie, lascia un vuoto difficile da colmare e pone seri interrogativi sulla capacità degli Stati Uniti di mantenere un ruolo di primo piano nello scacchiere internazionale, mentre all'interno del Pentagono si consuma una battaglia che rischia di indebolire l'intera nazione.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
