Terremoto al Pentagono, si dimette Dan Driscoll: cresce lo scontro tra Hegseth e Vance
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Redazione Esteri
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Il segretario all’Esercito degli Stati Uniti, Dan Driscoll, ha rassegnato le dimissioni al presidente Donald Trump, gettando nuova benzina sul fuoco delle tensioni già roventi che agitano i vertici del Pentagono. La conferma, giunta dalla Casa Bianca, sancisce l’esito di un braccio di ferro durato mesi con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, un conflitto che alla fine ha avuto la meglio sul veterano della guerra in Iraq e stretto alleato del vicepresidente JD Vance.
L'addio ufficiale, che dovrebbe concretizzarsi nei prossimi giorni dopo appena 18 mesi di incarico, rappresenta l'ultimo atto di una scia di avvicendamenti che hanno scosso l'amministrazione Trump in un momento di particolare impegno militare americano sui fronti caldi del Medio Oriente e dell'Europa orientale.
La faida con Hegseth e le scintille sui generali
I dissidi tra Driscoll e Hegseth, secondo quanto ricostruito dalla stampa americana, non sono certo una novità e affondano le radici nei primi mesi di gestione comune, quando il capo del Pentagono non avrebbe affatto digerito che il segretario dell'Esercito si proponesse per organizzare una visita congiunta di Trump e Vance ai militari, ricevendo un secco richiamo a non invadere campi di competenza altrui.
Una rivalità che si è progressivamente aggravata a causa della gestione delle nomine ai vertici, in particolare quando Hegseth ha rimosso il capo di Stato maggiore dell'Esercito, il generale Randy George, un provvedimento che, secondo fonti vicine al dossier, avrebbe colto di sorpresa Driscoll e ne avrebbe alimentato la frustrazione al punto da indurlo a raccontare pubblicamente, davanti al Congresso, di aver abbracciato il generale dimissionario insieme alla sua famiglia.
Una tensione palpabile che si inserisce in una più ampia strategia di rimpasto voluta da Hegseth, il quale nei mesi scorsi ha estromesso anche il comandante delle forze statunitensi in Europa e il segretario della Marina, eliminando di fatto una fetta consistente dei vertici militari che Driscoll considerava suoi alleati.
Un ruolo chiave tra diplomazia e innovazione tecnologica
Nonostante il profilo di Driscoll fosse considerato in ascesa, con un ruolo da protagonista in dossier delicatissimi come i negoziati tra Russia e Ucraina e una spinta decisa verso l'innovazione tecnologica dell'Esercito, la sua posizione si è fatta via via più fragile.
La sua visione, incentrata sull'acquisto di migliaia di droni economici e sul superamento della lentezza dei grandi produttori della difesa, l'aveva portato a scontrarsi frontalmente con la linea di Hegseth, che lo considerava una minaccia all'interno della burocrazia militare e che, secondo indiscrezioni, avrebbe voluto rimuoverlo già da tempo se non fosse stato per i suoi solidi legami con il vicepresidente Vance.
Un legame, quello con Vance, che affonda le radici negli anni dell'università a Yale e che faceva di Driscoll non solo un funzionario di peso, ma un potenziale attore chiave in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028, un orizzonte politico che probabilmente ha reso il suo addio ancora più significativo e carico di conseguenze.
Le reazioni della Casa Bianca e le conseguenze immediate
La Casa Bianca, nel confermare le dimissioni, ha comunque speso parole di grande apprezzamento per il segretario uscente, sottolineando attraverso la portavoce Anna Kelly come Driscoll sia stato "estremamente efficace" nel promuovere l'agenda del presidente, offrendo una "leadership eccezionale" durante operazioni storiche e contribuendo ai negoziati di pace in Ucraina.
Un plauso formale che non basta però a nascondere le crepe in un'amministrazione che, a pochi mesi dalle elezioni di medio termine, perde un pezzo importante e si trova a dover gestire un esercito americano impegnato su più fronti senza un leader civile confermato dal Congresso, una situazione di stallo che rende ancora più complessa la gestione della guerra in corso contro l'Iran e delle sfide globali che attendono gli Stati Uniti.
Il vuoto di potere lasciato da Driscoll, destinato a essere colmato nelle prossime settimane, si inserisce in un quadro di crescente instabilità ai vertici militari, sollevando più di un interrogativo sulla tenuta dell'apparato di difesa americano in un momento storico di particolare delicatezza.
I retroscena politici e lo scenario del 2028
Sullo sfondo di questa débâcle, emerge con chiarezza il disegno politico che lega Driscoll a Vance, un'amicizia che va oltre i confini del Pentagono e che si proietta direttamente sulla corsa alla Casa Bianca del 2028. Secondo fonti vicine al dossier, Driscoll sarebbe destinato a giocare un ruolo di primo piano in una eventuale campagna presidenziale del vicepresidente, un'eventualità che rende le sue dimissioni non solo un episodio di ordinaria amministrazione militare, ma una mossa a effetto nel grande scacchiere della politica repubblicana.
La sua uscita, insieme a quella imminente di Dave Fitzgerald, vice sottosegretario dell'Esercito impegnato sull'innovazione, lascia il Dipartimento della Difesa privo di due delle voci più influenti che spingevano per un'accelerazione tecnologica e per una maggiore collaborazione con le piccole imprese del settore, un'eredità che ora rischia di essere dispersa in un clima di guerra intestina e di rinnovate incertezze strategiche.
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