Alice Bellandi fa la storia: oro agli Europei di judo, prima italiana con la tripla corona
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Redazione Sport
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C’è un momento, nella carriera di un atleta, in cui il talento smette di essere una promessa per trasformarsi in qualcosa di più solido, quasi tangibile: una sorta di lascito. Per Alice Bellandi, judoka bresciana classe 1998, quel momento è arrivato il 19 aprile 2026 sul tatami di Tbilisi, in Georgia, dove ha conquistato la medaglia d’oro europea nella categoria -78 kg. Non si è trattato, lo si capiva già dall’atmosfera che precedeva l’incontro, di una semplice affermazione continentale; piuttosto, del sigillo definitivo su un percorso che nello sport italiano non aveva ancora precedenti. L’atleta delle Fiamme Gialle, dopo aver superato gli ostacoli rappresentati dalla britannica Shelley Ludford e dalla russa Aleksandra Babintseva nelle fasi iniziali, ha gestito la finale con la connazionale Emma Reid con una pazienza quasi glaciale, piazzando il waza-ari decisivo proprio nel momento di maggiore equilibrio dell’incontro.
Il significato di un sigillo: l’impresa della tripla corona
Se si analizza il valore tecnico di questo successo, ci si rende conto che l’oro di Tbilisi non è un pezzo da collezione isolato, ma il tassello finale di un domino perfetto. Bellandi, che aveva già vinto l’oro olimpico a Parigi 2024 e si era ripetuta ai Mondiali di Budapest nel 2025, è diventata così la prima italiana capace di detenere contemporaneamente i tre titoli più importanti del judo mondiale. Nel gergo sportivo, questa combinazione viene definita “Tripla Corona”, e completarla nello stesso ciclo olimpico è un’impresa che pochi eletti nel mondo possono vantare. Per dare un metro di paragone, basti pensare che nessun'altra judoka azzurra era mai riuscita a realizzare una simile progressione: Bellandi ha sapientemente ribaltato la delusione della finale europea persa nel 2023, trasformando un limite in una rampa di lancio verso l’egemonia assoluta della categoria.
Da Brescia a Roma, la crescita di una fuoriclasse
Nata a Brescia il 20 novembre 1998, Alice Bellandi ha cominciato a muovere i primi passi sul tatami quasi per gioco, seguendo l’istinto vivace di una bambina che aveva bisogno di sfogare energia. Fu durante le scuole medie, però, che la scelta diventò seria, fino alla decisione coraggiosa, a soli diciassette anni, di lasciare la Lombardia per trasferirsi a Roma, dove l’ambiente di allenamento era più competitivo. Quella lontananza da casa, che per molti adolescenti sarebbe stata un peso, per lei divenne il crogiolo in cui forgiare quella mentalità ferrea che oggi la contraddistingue. La svolta internazionale arrivò nel 2018 con i successi a livello juniores, ma la maturità definitiva è esplosa solo nelle ultime due stagioni, dove ha sapientemente alternato la potenza fisica a una lettura tattica del combattimento quasi sempre impeccabile.
La dimensione mediatica e il riconoscimento popolare
Curiosamente, mentre la stampa specializzata esaltava la perfezione del suo waza-ari in finale, la cultura popolare italiana trovava un altro modo per celebrarla, seppur con una leggera storpiatura linguistica. Durante una nota trasmissione radiofonica, il nome della campionessa è stato ironicamente storpiato in “Belandi”, un gioco di parole che ha avuto una rapida diffusione virale, dimostrando come il successo della judoka abbia ormai varcato i confini dello sport per entrare nel lessico quotidiano. Non è un dettaglio da poco, in un Paese dove spesso le discipline diverse dal calcio faticano a trovare spazio nelle conversazioni comuni. Questa attenzione, per quanto a tratti ironica, testimonia il calore di un pubblico che ha imparato a riconoscere in Alice non solo una macchina da vittorie, ma un simbolo di determinazione.




