Instagram avviserà i genitori se i figli cercano parole come “suicidio” o “autolesionismo”
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Redazione Economia
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C‘è un momento, nell’epoca delle notifiche silenziose e delle chat che si autodistruggono, in cui il confine tra controllo e cura diventa sottilissimo, ed è proprio lì che si inserisce la nuova mossa di Instagram: un sistema di allerta che avviserà i genitori, e lo farà attraverso un messaggio via WhatsApp, un sms o una mail, quando i figli minorenni effettuano ricerche ripetute su termini legati al suicidio e all‘autolesionismo -1-6. La funzionalità, annunciata da Meta per la prossima settimana, rappresenta un’evoluzione significativa nelle politiche di salvaguardia dei minori, spostando l’asticella dell’intervento dalla semplice rimozione dei contenuti – una pratica, questa, già in atto da tempo – a un coinvolgimento diretto e immediato della figura genitoriale -2. Il sistema, che entrerà in funzione inizialmente per gli account con sede in Australia, Regno Unito, Stati Uniti e Canada, non è una semplice spunta nelle impostazioni, ma un meccanismo pensato per intercettare quelle che l’azienda definisce “ripetute ricerche in un breve arco di tempo”, una soglia, quest’ultima, calibrata per evitare allarmismi ingiustificati pur mantenendo un approccio prudente -6-7.
Il meccanismo dell’allerta e il confine con la privacy
La notifica, che arriverà solo per quegli account adolescenziali già inseriti in un regime di supervisione parentale – quindi non automaticamente per tutti – aprirà un messaggio a schermo intero sul telefono del genitore, spiegando la natura delle ricerche effettuate dal figlio -1-10. Accanto all’avviso, Meta ha previsto la messa a disposizione di risorse e materiali informativi, sviluppati con il contributo di esperti del settore, con l’obiettivo dichiarato di fornire agli adulti gli strumenti per affrontare conversazioni complesse e delicate, trasformando un segnale di potenziale disagio in un’opportunità di dialogo piuttosto che in un motivo di conflitto -1-6. È un cambio di paradigma non da poco, se si considera che finora piattaforme del calibro di TikTok e YouTube si sono limitate a bloccare le query problematiche e a reindirizzare gli utenti verso numeri di supporto specializzati, senza mai varcare la soglia della comunicazione diretta con i familiari -1.
Tuttavia, la mossa di Instagram riapre il grande dilemma, sempreverde nell’era digitale, su dove finisca la privacy dell’adolescente – il suo bisogno di uno spazio intimo, separato dallo sguardo adulto – e dove cominci invece il dovere di cura, che in casi estremi può significare anche violare quel santuario personale -1. Alcune associazioni, come la Molly Rose Foundation nata in memoria di una giovane vittima del web, hanno espresso perplessità, temendo che l’arrivo improvviso di una notifica possa generare panico nei genitori, innescando conversazioni gestite con i piedi di piombo o, al contrario, con un’ansia tale da chiudere ogni possibilità di comunicazione autentica -1. La critica di fondo, mossa anche da Papyrus Prevention of Young Suicide, è che l’energia dell’azienda dovrebbe concentrarsi nel prevenire che i contenuti dannosi raggiungano i ragazzi, piuttosto che limitarsi ad avvisare le famiglie a giochi ormai fatti, quando la ricerca è già avvenuta -1.
Il contesto legale e le pressioni su Meta
L’annuncio di questa funzionalità non arriva in un vuoto di responsabilità, ma si inserisce in un contesto di crescenti pressioni legali e politiche nei confronti dei colossi del social networking. Non si possono dimenticare le parole di Mark Zuckerberg che, appena lo scorso anno, in un’aula del Senato degli Stati Uniti, porgeva le sue scuse alle famiglie che avevano visto i propri figli subire danni a causa dell’uso dei social media, un’ammissione implicita di una responsabilità che ora si cerca di arginare con misure tecniche -2. E proprio in questi giorni, Zuckerberg ha testimoniato per la prima volta davanti a una giuria a Los Angeles, chiamato a rispondere delle accuse di una giovane donna che sostiene di aver sviluppato una dipendenza dalle piattaforme Meta durante la sua adolescenza, un caso che potrebbe fare giurisprudenza -2-10.
La sensazione, per molti osservatori, è che queste iniziative rappresentino una sorta di scudo preventivo per l’azienda, un modo per mostrare ai regolatori di tutto il mondo – basti pensare al Digital Services Act in Europa o alle recenti mosse dell’Australia che ha vietato i social agli under 16 – che si sta facendo la propria parte nel proteggere le fasce più vulnerabili -1-2. In quest’ottica, anche l’estensione futura della funzionalità alle conversazioni con i chatbot basati sull’intelligenza artificiale assume un significato preciso, poiché sempre più adolescenti si rivolgono a questi strumenti per confidarsi o cercare informazioni, a volte scavalcando il confronto con il mondo adulto -6-8. L’implementazione in Italia, come confermato dalla stessa azienda, è attesa entro la fine dell’anno, dopo i necessari adeguamenti normativi e di privacy che un intervento di questo tipo inevitabilmente comporta -1-6.




