L’autolesionismo usa nel pantano Iran. È cortocircuito tra emotività e strategia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è una domanda che torna puntuale ogni volta che Washington applica il manuale di autolesionismo geopolitico: ma com’è possibile? Com’è possibile che la più grande potenza del mondo si lanci in una guerra – sapendo benissimo, come sa, che nell’epoca contemporanea vincerle è più raro che sbancare alla lotteria senza comprare il biglietto – e lo faccia con l’aria di chi sta compiendo un atto di necessità, non di follia? Il 5 maggio 2026, lo Stretto di Hormuz si è trasformato in un teatro navale dove la tensione tra Stati Uniti e Iran ha superato il punto di non ritorno. Non è stato un incidente, né una provocazione isolata: dietro i raid battezzati “Operazione Epic Fury” c’è una scelta ponderata, seppure cortocircuitata da un mix letale di emotività presidenziale e calcoli strategici che già mostrano tutte le loro crepe.

Il peso delle bombe e il paradosso dell’invito alla rivolta

L’amministrazione Trump, ormai insediata da più di un anno nella sua seconda fase, ha deciso di alzare la posta contro la Repubblica islamica. Insieme a Benjamin Netanyahu, il presidente americano ha lanciato un messaggio tanto diretto quanto paradossale: gli iraniani sono stati invitati a scendere in piazza per rovesciare il regime dei mullah. Resta però un interrogativo di fondo – e non di poco conto – su come si possa organizzare una sollevazione popolare mentre le bombe cadono e la repressione interna, lungi dall’allentarsi, viene anzi legittimata dalla pressione esterna. I raid hanno colpito obiettivi militari e infrastrutturali, ma l’effetto politico, a giudicare dalle prime reazioni, sembra essere quello di saldare il consenso attorno alla guida di Teheran piuttosto che eroderlo.

La NATO sulle spine e l’Europa che prova a riposizionarsi

Quel che appare chiaro – osservando lo schieramento delle forze navali e le dichiarazioni che si sono succedute nelle capitali europee – è che la NATO ha mostrato crepe profonde tra i suoi stessi alleati. Non tutti i membri dell’Alleanza hanno sposato la linea della Casa Bianca; anzi, alcuni hanno preso le distanze in modo esplicito, temendo una ricaduta sul proprio approvvigionamento energetico. Lo Stretto di Hormuz, lo ricordiamo, è il varco attraverso cui passa un terzo del petrolio marittimo mondiale. Chiudere quel passaggio o anche solo minacciarlo significa far schizzare i prezzi e mettere in ginocchio economie fragili. L’Europa, dal canto suo, ha cercato di riposizionarsi come nuovo pilastro dell’ordine internazionale, un tentativo che sa più di ripiego che di strategia offensiva: non avendo più la protezione automatica di un’America prevedibile, i paesi europei tentano di costruire un asse autonomo. Ma con quali strumenti?

Un mondo che spende cifre record in armamenti e si chiede il perché

Parallelamente all’escalation nel Golfo, il mondo intero ha scoperto – o forse riscoperto – di spendere cifre record in armamenti. Ogni nuova crisi alimenta la macchina bellica, e l’Iran non fa eccezione. C’è un’amara ironia in tutto questo: mentre i missili volano, i governi aumentano le commesse per i produttori di sistemi d’arma, e la diplomazia arranca. Il 5 maggio 2026 non è stato un giorno come gli altri, appunto, perché ha riassunto in poche ore tutte le contraddizioni di un sistema internazionale che non sa più gestire le proprie tensioni se non moltiplicandole. Si pensi anche all’Ucraina, dove il conflitto è arrivato al suo milleduecentocinquantatreesimo giorno: un attacco aereo russo su Kramatorsk, nella regione di Donetsk, ha ricordato che il fronte orientale resta caldo, e che le risorse occidentali sono divise su due tavoli. Non c’è sintesi possibile tra le due crisi, ma c’è un denominatore comune: l’illusione che la potenza militare possa ancora sostituire l’intelligenza politica.

Il cortocircuito tra emotività e strategia

Torniamo allora alla domanda iniziale. Perché gli Stati Uniti – e chi li guida – si infilano in un pantano come quello iraniano, sapendo che le guerre contemporanee si vincono solo quando si ha un’uscita chiara? La risposta, almeno stando a quanto emerge dalle cronache di queste ore, sta in un cortocircuito strutturale: da un lato l’emotività di una leadership che non vuole mostrare debolezza, dall’altro una strategia che calcola male il rapporto tra costi e benefici. L’operazione “Epic Fury” suona eroica nel nome, ma rischia di trasformarsi nell’ennesimo capitolo di una lunga serie di interventi militari statunitensi che hanno prodotto più danni che risultati. Non si tratta di pacifismo retorico, ma di realismo: quando la più grande potenza del mondo bombarda un paese senza un piano per il giorno dopo, non sta combattendo una guerra. Sta semplicemente facendo del male a se stessa.

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