La diplomazia del cortocircuito: Araghchi lascia Islamabad, i negoziatori Usa restano a terra

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha lasciato ieri la capitale pakistana senza che si fosse materializzato l’incontro con la delegazione statunitense che, secondo i programmi iniziali della Casa Bianca, avrebbe dovuto atterrare a Islamabad in queste stesse ore. Un nulla di fatto che sancisce, almeno per il momento, lo stallo delle trattative indirette per il cessate il fuoco, nonostante le pressioni militari e diplomatiche rimaste finora lettera morta. Teheran, attraverso i suoi canali ufficiali, aveva già precisato come la visita di Araghchi – che ha incontrato il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, e il primo ministro Shehbaz Sharif – fosse finalizzata a trasmettere le "linee rosse" iraniane al mediatore pachistano, senza alcuna intenzione di un faccia a faccia con gli inviati di Donald Trump.

Un volo di 18 ore cancellato e le condizioni di Hegseth

A gettare acqua sul fuoco delle speranze accumulate nelle ultime 48 ore ci ha pensato direttamente il presidente Trump. Intervistato dalla corrispondente della Fox News, ha annullato all’ultimo minuto la partenza degli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner, destinati a un viaggio che lo stesso presidente ha definito poco utile considerando le 18 ore di volo necessarie per raggiungere il Pakistan. “Possono chiamarci quando vogliono”, ha tagliato corto Trump. Una retromarcia che segue comunque a ruota le dichiarazioni del segretario alla Difesa, Pete Hegseth, il quale aveva ribadito nelle ore precedenti la posizione dura dell’amministrazione: l’Iran ha ancora una “finestra aperta” per concludere un buon accordo, avvertendo che in caso contrario gli Stati Uniti sono pronti a “colpire di nuovo”. Le parole di Hegseth non rappresentano un’iperbole retorica, considerando lo stallo prolungato che ormai dura da settimane e che ha ridotto a un lumicino il flusso di petrolio dallo Stretto di Hormuz.

L’incognita libanese e la zona cuscinetto nel sud

Se il fronte iraniano arranca sul piano diplomatico, quello libanese continua a bruciare. Nonostante il cessate il fuoco sia stato prorogato formalmente per altre tre settimane, l’esercito israeliano prosegue le sue operazioni all’interno della cosiddetta "zona cuscinetto" che cerca di imporre a nord della Linea Blu. Un attacco nelle ultime ore ha causato una vittima, secondo quanto riportato dal quotidiano L'Orient Le Jour, mentre le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno emesso nuovi ordini di evacuazione e di "non ritorno" per i residenti delle aree meridionali del Paese dei cedri. Una strategia, quella israeliana, che mira a consolidare il controllo tattico sul terreno mentre le cancellerie internazionali tentano – finora con scarso successo – di separare il fronte libanese da quello iraniano, formalmente distinti ma di fatto alimentati dalla stessa logica regionale.

L’impatto energetico: 120 miliardi di metri cubi di gas a rischio

Sullo sfondo di queste inutili manovre diplomatiche, l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) ha diffuso un rapporto che quantifica il disastro economico in atto. La guerra e la conseguente chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz – da cui transita un quinto del petrolio globale – hanno inferto un colpo durissimo alle infrastruttura del gas. L’Iea stima una perdita cumulata di offerta di gas naturale liquefatto (GNL) pari a 120 miliardi di metri cubi entro il 2030. I danni riportati dai terminali di liquefazione in Qatar, uniti alla paralisi delle rotte commerciali, rischiano di posticipare di almeno due anni l’arrivo sul mercato di nuove forniture, rendendo il mercato energetico globale una polveriera destinata a esplodere ben prima di qualsiasi ipotetico accordo di pace tra Washington e Teheran.

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