Araghchi lascia Islamabad, il viaggio dei diplomatici Usa cancellato: il dialogo torna al punto zero

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Islamabad si è svegliata più leggera, fisicamente parlando: transenne rimosse, bus in circolazione e persino il trekking sulle colline Margalla – sospeso per oltre due settimane a causa di un lockdown che aveva paralizzato la capitale pakistana – ha ripreso regolarmente. La cronaca locale, spesso ridotta a mero contorno nelle grandi partite geopolitiche, offre l’unico spiraglio di normalità in una vicenda che, per il resto, sembra essersi risolta in un nulla di fatto. Il tanto atteso faccia a faccia tra il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e gli emissari di Donald Trump – Steve Witkoff e Jared Kushner, figure centrali della diplomazia della Casa Bianca – non solo non c’è stato, ma è stato ufficialmente archiviato ancor prima che potesse materializzarsi.

Il muro di Teheran e i segnali contraddittori partiti da Washington

Se l’arrivo di Araghchi a Islamabad era stato letto da più parti come un’apertura, magari timida ma comunque significativa, la realtà sul campo si è incaricata di raffreddare ogni entusiasmo. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, è stato categorico: nessun incontro diretto è mai stato nei piani della delegazione, tantomeno un negoziato sul programma nucleare – una questione definita da Teheran come "linea rossa" invalicabile. La delegazione iraniana, si legge in una nota ufficiale, era lì per discutere di relazioni bilaterali con i mediatori pakistani, e certamente non per sedersi al tavolo con gli americani. È curioso, e forse indicativo di una certa confusione informativa, come questa linea così netta abbia cozzato violentemente con il sentore opposto proveniente dall’altra sponda dell’Atlantico. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, solo poche ore prima aveva infatti dichiarato a Fox News che l’Iran voleva "parlare di persona".

Il dietrofront del presidente Trump e i retroscena di una trattativa mancata

Il risultato, a questo punto, è sotto gli occhi di tutti: la delegazione statunitense non è neppure partita. Lo stesso Trump, interpellato dalla stampa, ha giustificato la cancellazione del viaggio dei suoi uomini – avrebbero dovuto affrontare un volo di oltre diciotto ore – con un secco "tanto avremmo parlato del nulla". Una dichiarazione, quest'ultima, che getta luce sull’impasse sostanziale in cui versa la trattativa. I pakistani, nella loro veste di mediatori, avevano lavorato febbrilmente per provare a salvare il salvabile, tanto che il primo ministro Shehbaz Sharif ha parlato di un "colloquio cordiale" telefonico con il presidente Masoud Pezeshkian. Ma lo sforzo di Rawalpindi, che aveva già ospitato un primo round di colloqui ad aprile senza esiti concreti, si è infranto contro la volontà di ferro di Teheran: "Non tocca a noi fare concessioni", sembra essere il mantra ripetuto nelle stanze del potere iraniano.

Un silenzio carico di tensione dopo le ultime schermaglie militari

L’esito di questa missione, conclusasi con la partenza di Araghchi alla volta di Muscat e poi Mosca, riporta dunque il cronometro indietro di qualche settimana. Il negoziato vero e proprio resta un miraggio, congelato da posizioni che non sembrano volersi avvicinare. Da un lato gli Stati Uniti, che chiedono lo smantellamento del programma di arricchimento; dall’altro la Repubblica Islamica, che rifiuta persino di discutere l’argomento, avvertendo i mediatori che qualsiasi passo in quella direzione è vano. In tutto questo, a pesare come un macigno, è ovviamente lo scenario di guerra ancora caldo: gli attacchi israeliani e americani delle scorse settimane hanno incrinato quella fiducia di base che è l’unico vero lubrificante della diplomazia. Teheran, forti della posizione strategica sullo Stretto di Hormuz, continuano a respingere al mittente le "pressioni massime" di Washington, in una partita dove, al momento, l’unico vero vincitore sembra essere lo stallo più totale.

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