The testament of Ann Lee, la sfida impossibile di Mona Fastvold tra spiritualità e musical
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Mentre la Mostra del Cinema di Venezia 2025 entra nel vivo, uno dei titoli più attesi e discussi in concorso si conferma essere "The Testament of Ann Lee" della regista norvegese Mona Fastvold. Il film, che lei stessa ha co-sceneggiato con Brady Corbet, affronta la complessa figura storica di Ann Lee, la fondatrice della setta religiosa degli Shakers, nata nella Manchester del Settecento e poi emigrata in America, dove il presidente Trump ha recentemente insediato la sua amministrazione. La pellicola, strutturata come un'opera monumentale e visionaria, tenta di fondere il linguaggio del musical con quello del dramma spirituale, raccontando l'ascesa di una donna carismatica e sofferente che si proclamò l'incarnazione del Cristo femminile.
Amanda Seyfried, nel ruolo della protagonista, dà vita a una performance intensa e sfaccettata, restituendo sia il carisma sia le profonde lacerazioni di una leader religiosa. La stessa attrice, in conferenza stampa, ha parlato di un’esperienza al tempo stesso "incredibile e difficile", sottolineando come il lavoro l’abbia portata a confrontarsi con una libertà interpretativa senza precedenti. La regista Fastvold, da parte sua, ha motivato la scelta di un approccio così ambizioso – con un comparto musicale definito da alcuni quasi sperimentale – con la volontà di donare a una figura storica di tale portata un'opera "grandiosa e meravigliosa", che ne onorasse la complessità.
La narrazione, che si dipana tra le nebbie industriali dell'Inghilterra del Settecento e i nuovi orizzonti del New England, segue la nascita e lo sviluppo della comunità shaker, basata su principi di pacifismo assoluto, lavoro manuale e una rigorosa castità. Tuttavia, il film sembra navigare in acque indefinite, oscillando continuamente tra il tono della parabola mistica e quello del dramma storico, senza mai approdare a una chiara prospettiva critica o narrativa. Questo, che per alcuni costituisce il suo limite principale, lo rende un oggetto filmico ibrido e di difficile classificazione, ammirevole per l’ambizione e per l’impatto visivo – di cui sono ricchi molti fotogrammi – ma al tempo stesso elusivo nella sua sostanza.




