The testament of Ann Lee divide Venezia tra entusiasmo e perplessità
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il film della regista norvegese Mona Fastvold, presentato in concorso alla 82esima Mostra del Cinema di Venezia, si è imposto all’attenzione del pubblico e della critica come una delle opere più discusse e controverse di questa edizione del festival. "The testament of Ann Lee", questo il titolo della pellicola, è infatti una agiografia musicale che ripercorre in chiave epica e visionaria la vita della mistica e predicatrice inglese Ann Lee, fondatrice del movimento religioso degli Shakers nel XVIII secolo, figura storica di notevole complessità e una delle poche leader femminili in un panorama dominato dagli uomini.
La pellicola, che vede la protagonista Amanda Seyfried nei panni della Lee, è stata scritta dalla Fastvold insieme al marito Brady Corbet – già presente al Lido lo scorso anno con "The Brutalist" – e si configura come un audace esperimento di genere, un "christian musical" che mescola il racconto biografico con numeri musicali dal forte impatto emotivo. La scelta stilistica, indubbiamente originale, è ciò che maggiormente ha polarizzato il giudizio dei critici, dividendo tra chi vi ha riconosciuto un coraggioso tentativo di innovazione linguistica e chi, al contrario, ha percepito una certa disomogeneità narrativa.
Proprio Amanda Seyfried, durante la presentazione del film alla Mostra, ha rivelato un retroscena sulla lavorazione, confessando di aver spinto personalmente la regista per l’ingaggio di un’attrice britannica nel cast, consiglio che però non è stato evidentemente seguito, visto che il ruolo della protagonista è stato affidato a lei, statunitense. La produzione, di matrice inglese, ha optato per un racconto che non elude gli aspetti più controversi della vita della predicatrice, tra cui le sue visioni mistiche e le persecuzioni subite, senza tuttavia scivolare in inutili sensazionalismi.




