La cena del Torrino, la resa dei conti e l’incognita dei sondaggi: Meloni riunisce i vice dopo la débâcle

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La residenza romana della premier al Torrino ha fatto da sfondo, venerdì sera, a un summit che sa più di bivio che di semplice routine amministrativa. Giorgia Meloni ha convocato a cena i suoi due vice, Matteo Salvini e Antonio Tajani, al termine di una settimana che gli addetti ai lavori non esitano a definire la più complessa dall’insediamento del governo. L’incontro, avvenuto poche ore dopo la conclusione del Consiglio dei ministri, ha rappresentato il primo vero test di compattezza per la coalizione dopo il terremoto politico innescato dal referendum sulla giustizia. Sebbene fonti di Palazzo Chigi abbiano cercato di ridimensionare l’evento, definendolo una verifica ordinaria dell’agenda politica, il contesto in cui si è svolto racconta una storia diversa, fatta di numeri che iniziano a scricchiolare e di equilibri interni che chiedono urgentemente una ricalibratura.

Il peso della débâcle referendaria e le purghe annunciate

Il clima, inevitabilmente, era segnato dall’esito del voto del 23 marzo, dove il "No" alla riforma costituzionale ha incassato un risultato netto, trasformandosi di fatto in un voto politico sulla leadership della presidente del Consiglio. Una sconfitta, quella al referendum, che ha avuto conseguenze immediate e tangibili sull’assetto del governo: le dimissioni forzate di Daniela Santanchè dal dicastero del Turismo e l’addio del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, hanno rappresentato la scossa tellurica che ha preceduto il vertice a tre. La riunione nella villa del Torrino è servita quindi a gestire il postumi di quelle scosse, con Meloni che ha assunto formalmente l’interim del Turismo in attesa di individuare un successore – un’operazione che, come spesso accade in questi frangenti, cela complessi equilibri tra le anime della maggioranza.

Panico da sondaggi e l’agenda economica nel mirino

Se la sconfitta elettorale ha aperto una crepa nell’armatura del centrodestra, il vero timore che aleggiava tra gli attovagliati era legato all’impatto che questa avrà sulle rilevazioni demoscopiche. Secondo indiscrezioni emerse in ambienti governativi, l’attendismo non è più un’opzione percorribile: si teme un calo significativo nei consensi, stimato addirittura attorno a due punti percentuali per Fratelli d’Italia, un dato che, se confermato, metterebbe fine a quella narrazione di invincibilità che ha finora caratterizzato la parabola del governo. Sul tavolo, quindi, non solo la gestione degli umori interni – con i partiti alleati che guardano con crescente apprensione alle mosse della leader – ma anche un’agenda economica che presenta nodi in scadenza immediata. Il decreto Carburanti, con il taglio delle accise in scadenza il 7 aprile, e le tensioni con il mondo dell’industria per la revisione degli incentivi sono dossier che non ammettono rinvii, e la cui gestione influenzerà inevitabilmente la percezione di efficacia dell’esecutivo nei prossimi mesi.

L’opposizione preme per l’aula e lo spettro della legge elettorale

Mentre Meloni cercava di ricompattare la maggioranza attorno a un piatto, fuori dai cancelli della sua residenza cresceva la pressione politica. Le opposizioni, unificate nel richiedere che la premier riferisca in Parlamento, hanno interpretato la sconfitta referendaria come un’evidente spaccatura nel rapporto di fiducia con il Paese, chiedendo conto delle linee di indirizzo future. Un elemento che aggiunge ulteriore tensione al clima già surriscaldato di Montecitorio, dove la riforma della legge elettorale è stata calendarizzata con l’intenzione di accelerare i tempi. Tuttavia, l’esito del referendum – che ha di fatto affondato l’idea di un mandato plebiscitario per le riforme costituzionali – rende questo percorso insidioso, con i partiti di maggioranza già divisi sul da farsi tra premi di maggioranza e sistemi proporzionali. La cena del Torrino, insomma, ha rappresentato il tentativo di mettere un argine alla "fase due" del governo, quella in cui si passa dalla retorica della stabilità alla necessità di dimostrare sul campo la capacità di tenuta, prima che il malcontento si trasformi in dato strutturale nei prossimi rilevamenti.

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