Tesla, l’ipotesi di una ritirata dalla Cina per aprire la strada alla fusione con SpaceX

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nella galassia industriale di Elon Musk, i confini tra automobili, spazio, intelligenza artificiale ed energia appaiono sempre meno definiti. Ora, però, la prospettiva di riunire Tesla e SpaceX sotto uno stesso tetto societario si scontra con un ostacolo grande quanto il mercato cinese: la presenza produttiva e commerciale del gruppo di auto elettriche nella Repubblica popolare.

Secondo il Wall Street Journal, i consulenti di Tesla avrebbero esaminato una possibile separazione delle attività cinesi, valutando diverse soluzioni, dalla vendita allo scorporo, fino all'ipotesi estrema della chiusura. Una mossa che, se confermata, rappresenterebbe un vero e proprio terremoto per l'industria automobilistica globale, data l'importanza strategica dello stabilimento di Shanghai.

Il nodo geopolitico e la sicurezza nazionale

La necessità di una separazione, secondo quanto ricostruito dal quotidiano finanziario, nascerebbe da un conflitto di interessi quasi insanabile. SpaceX, infatti, è un appaltatore cruciale per il Dipartimento della Difesa statunitense ed è coinvolta in programmi sensibili per la sicurezza nazionale. Una fusione con Tesla, che invece possiede e gestisce direttamente due gigafabbriche in Cina, esporrebbe l'azienda spaziale a uno scrutinio intenso sia da parte di Washington che di Pechino.

Le autorità cinesi, preoccupate che tecnologie, catene di fornitura e dati di milioni di clienti possano finire sotto il controllo di un'azienda della difesa americana, potrebbero opporre un veto o imporre condizioni draconiane. Negli ultimi anni, Elon Musk avrebbe chiesto ai suoi dirigenti di organizzare le attività statunitensi e cinesi come due realtà sempre più autonome, proprio per limitare i rischi derivanti da un possibile deterioramento delle relazioni tra le due superpotenze, inclusa l'eventualità di un conflitto su Taiwan.

Il peso specifico della Cina negli affari di Tesla

Separare le attività cinesi non è tuttavia un'operazione da poco, considerando il peso specifico di quella che è ormai la fabbrica più produttiva del gruppo. Lo stabilimento di Shanghai, il cui impianto di produzione di veicoli elettrici e batterie è profondamente integrato nella vasta catena di fornitura locale, contribuisce a oltre la metà della produzione globale di Tesla. La Cina rappresenta il secondo mercato per il gruppo dopo gli Stati Uniti, assorbendo circa il 18 per cento delle vendite nel primo semestre del 2026.

Inoltre, lo stesso stabilimento di Shanghai funge da hub per l'esportazione di unità in Europa, Asia-Pacifico e Medio Oriente, mentre l'hardware fisico dei robot umanoidi Optimus si affida fortemente all'ecosistema di produzione di precisione della Cina. Per aumentare l'autonomia operativa della filiale cinese, i dirigenti starebbero studiando misure come sistemi informatici separati e restrizioni all'accesso dei dipendenti alle reti globali dell'azienda.

Smentite e complessità normative

Non appena la notizia è stata diffusa, Elon Musk ha prontamente smentito le indiscrezioni attraverso i suoi canali social, definendole "fake news", mentre un rappresentante di Tesla Cina ha parlato di "informazioni false". Nonostante le smentite, le speculazioni su una possibile fusione sono aumentate dopo che SpaceX si è quotata in borsa lo scorso giugno, e le due società già collaborano in vari settori, dalla vendita di batterie Megapack e Cybertruck all'integrazione del chatbot di IA Grok in alcuni veicoli Tesla.

Un'eventuale separazione della divisione cinese, però, richiederebbe l'approvazione di molteplici autorità e potrebbe comportare complesse trattative su licenze di produzione, accordi fondiari e normative sui dati, rischiando di contrariare i funzionari cinesi che avevano concesso a Tesla un'accoglienza da tappeto rosso, rendendola l'unica casa automobilistica straniera autorizzata a operare senza una joint venture con un produttore locale.

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