Blitz in Venezuela e la rivolta del Senato: Trump frenato dai repubblicani ribelli
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Redazione Esteri
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Mentre Caracas conta i suoi morti, denunciando un centinaio di vittime nel raid che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e al ferimento di sua moglie, Washington vive una tempesta politica di inaudita violenza. Il Senato degli Stati Uniti ha infatti imposto, con un voto che risuona come uno schiaffo istituzionale, un freno all’azione militare del presidente Donald Trump in Venezuela. La risoluzione, approvata con 52 voti a favore e 47 contrari, invoca il War Powers Act per impedire ulteriori operazioni belliche senza l’esplicito consenso del Congresso, una mossa che, di fatto, lega le mani alla Casa Bianca dopo il blitz del 3 gennaio. Quel giorno, un’azione militare rapida e violenta, della quale il governo venezuelano fornisce un bilancio drammatico, ha cambiato gli equilibri sul campo ma anche, e forse in modo ancor più significativo, quelli nella politica interna americana.
Il voto che segna una frattura
La compattezza dei democratici, da sola, non sarebbe stata sufficiente in un’aula a maggioranza repubblicana: è stata la defezione di alcuni senatori del Grand Old Party a rendere possibile questa svolta. Rand Paul, Todd Young, Lisa Murkowski e Josh Hawley, rompendo le righe, hanno votato con l’opposizione per avviare il dibattito e poi sancire l’approvazione finale del provvedimento. Un gesto che tradisce i profondi “mal di pancia”, come li ha definiti più di un osservatore, all’interno dello stesso partito di governo riguardo all’aggressione unilaterale decisa da Trump, attuata senza una preventiva consultazione con i rappresentanti del popolo. La risoluzione, quindi, nasce da una frattura bipartisan e segna un momento raro di assertività del potere legislativo nei confronti dell’esecutivo in materia di guerra, una sfera d’azione in cui la presidenza ha spesso agito con ampia discrezionalità.
La reazione della Casa Bianca e l’escalation in mare
La risposta di Trump non si è fatta attendere ed è stata di netta contrapposizione, come del resto ci si poteva aspettare da un presidente che ha sempre rivendicato il primato della sua autorità. “I miei poteri sono limitati solo da me”, ha affermato con la consueta veemenza, lasciando intendere uno scontro istituzionale di cui ancora non si vedono gli sviluppi. Intanto, l’azione militare americana non si è fermata alla terraferma. Come a voler ribadire una strategia della forza che procede su più fronti, le forze statunitensi hanno sequestrato nel corso delle ultime settimane una petroliera battente bandiera russa, la Marinera, dopo un inseguimento attraverso l’Atlantico durato oltre quindici giorni. Un’operazione che aggiunge un tassello di tensione internazionale al già complesso mosaico venezuelano, coinvolgendo direttamente Mosca in una crisi che assume sempre più i contorni di una proxy war.
Il quadro giudiziario e le inchieste
Sul fronte venezuelano, mentre i riflettori si accendono sulle condizioni di Maduro e della sua consorte, il ministro dell’Interno Diosdado Cabello ha assunto il ruolo di portavoce di un governo che, seppur decapitato, continua a funzionare e a denunciare quello che definisce un crimine di guerra. Le dichiarazioni di Caracas, che parla di un centinaio di morti, aprono la strada a future inchieste sul rispetto del diritto internazionale umanitario durante l’assalto. Senza entrare in dettagli espliciti, che sarebbero fuori luogo, la cronaca nera di quelle ore resta da ricostruire nella sua interezza, e le indagini, sia di natura politica che giudiziaria, potranno chiarire le dinamiche e le responsabilità di un’operazione militare che ha scosso il Sud America e diviso come non mai la politica a stelle e strisce.
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