Bergamo, il patrimonio dell’anziana zia dilapidato in quindici anni: maxi sequestro da 1,1 milioni alla nipote
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’epilogo giudiziario, almeno nella fase delle indagini preliminari, porta la data di ieri e porta la firma del Giudice per le indagini preliminari di Bergamo, il quale — accogliendo la richiesta della Procura — ha apposto i sigilli a un compendio patrimoniale del valore di 1 milione e 100 mila euro. Sarebbe questa, secondo la ricostruzione meticolosa condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di finanza, la cifra complessivamente sottratta, nell’arco di circa quindici anni e con modalità che gli investigatori definiscono sistematiche, a una donna anziana, affetta da gravissime compromissioni tanto mentali quanto fisiche e riconosciuta invalida al cento per cento. La misura cautelare reale, che colpisce denaro contante, titoli e immobili, si è abbattuta sulla nipote della vittima, oggi indagata per le ipotesi di reato — distinte ma concatenate — di circonvenzione di persona incapace e autoriciclaggio.
L’inchiesta, va detto, non è nata da una denuncia presentata mentre la donna era ancora in vita; è scattata solo dopo il suo decesso, quando gli eredi — esaminando la consistenza dell’asse ereditario — hanno realizzato che quel patrimonio, di dimensioni tutt’altro che trascurabili, appariva sostanzialmente azzerato. Da lì la segnalazione ai militari del Comando Provinciale di Bergamo, i quali hanno iniziato a frugare nei flussi bancari e nella documentazione assicurativa. Ciò che è emerso restituisce il quadro di una progressiva e inarrestabile emorragia finanziaria, consumatasi mentre la zia, già fragile, veniva sempre più spesso allontanata dalla gestione diretta dei propri averi. A partire dal 2007, infatti, l’anziana era stata presa in carico dal fratello — il quale, insieme alla figlia, si era dichiarato disponibile ad assisterla — ma quella che doveva essere una rete di protezione familiare si è trasformata, stando agli atti dell’indagine, in un meccanismo di spoliazione.
Il conto cointestato e le movimentazioni oltre il ricovero
Il perno dell’intera operazione di drenaggio finanziario, come ricostruito dalle Fiamme Gialle, sarebbe stato un conto corrente cointestato tra l’anziana e la nipote. Su quella relazione contrattuale, la più giovane delle due avrebbe esercitato una signoria esclusiva e incontrollata: prelievi di contante, movimentazioni titoli, operazioni finanziarie di varia natura, alcune delle quali di importo rilevante. E ciò che rende il caso particolarmente significativo, agli occhi di chi indaga, è la circostanza che queste condotte non solo non si sono interrotte, ma addirittura si sarebbero intensificate dopo il ricovero della vittima presso una Residenza Sanitaria Assistenziale. Il paradosso, annotano i finanzieri, è che proprio nella struttura protetta le condizioni esistenziali dell’anziana — grazie a cure appropriate e continuative — avevano registrato un sensibile miglioramento, mentre il suo conto corrente continuava a essere sistematicamente depauperato.
Tra le operazioni poste in essere spicca, per meccanismo e tempistica, la sottoscrizione di una polizza sulla vita. Il contratto, del valore nominale di 200 mila euro, venne fatto firmare alla donna mentre si trovava già ricoverata in RSA. La nipote, nella documentazione, si fece indicare come unica beneficiaria in caso di morte; somma, quella, che effettivamente incassò dopo il decesso dell’assicurata. Non si tratta, evidentemente, dell’unica condotta contestata, ma di quella che con maggiore efficacia restituisce l’idea di una pianificazione protrattasi sino alla fine: la polizza rappresenta l’ultimo atto di una lunga sequenza di appropriazioni, alcune delle quali potrebbero aver assunto — sempre secondo l’ipotesi accusatoria — le forme e la sostanza dell’autoriciclaggio, vale a dire la reimmissione nel circuito economico di proventi illeciti attraverso investimenti o acquisti. Di qui il sequestro, che non si limita al denaro liquido ma si estende ai titoli e agli immobili nel frattempo acquisiti, ritenuti la proiezione patrimoniale delle somme indebitamente sottratte.
L’assistenza inadeguata e il paradosso del miglioramento in Rsa
C’è un nodo, nelle carte dell’indagine, che gli investigatori hanno evidenziato con particolare cura ed è la correlazione temporale tra il degrado delle condizioni assistenziali e la parallela aggressione al patrimonio. Per anni l’anziana era rimasta affidata alle cure del fratello e della nipote, i quali si erano offerti di seguire la congiunta nella sua residenza; eppure, nel corso del tempo, lo stato di salute della donna — lungi dal mantenere una stabilità compatibile con l’età e la patologia — era progressivamente peggiorato, fino al punto di rendere inevitabile il ricovero in struttura. È in quel frangente, sottolineano gli atti, che si verifica un’inversione di tendenza: la Rsa, con la sua organizzazione sanitaria, offre alla donna quelle cure che l’assistenza domiciliare prestata dai familiari non le aveva evidentemente garantito. Il miglioramento clinico, documentato nella cartella, stride apertamente con l’accelerazione delle movimentazioni bancarie in uscita.
Gli eredi, all’origine della denuncia, avevano ipotizzato un depauperamento anomalo; l’analisi dei flussi finanziari, condotta su un arco temporale che copre quasi un decennio e mezzo, ha trasformato quel sospetto in una certezza documentale. La nipote, oggi destinataria del sequestro, non si è limitata ad attingere alle disponibilità liquide: ha sistematicamente riallocato risorse, ha convertito attività finanziarie, ha infine incassato la prestazione assicurativa. Il meccanismo, per come viene descritto, appare lineare nella sua esecuzione: la vulnerabilità della zia — totale sul piano fisico e cognitivo — ha costituito il presupposto, e insieme la copertura, per un’operazione di svuotamento che si è conclusa solo con la morte della vittima. Non risultano, al momento, provvedimenti restrittivi della libertà personale; l’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Bergamo, si trova nella fase delle indagini preliminari e il decreto di sequestro — pur rappresentando un passaggio giudiziario di rilievo — non costituisce evidentemente un giudizio definitivo sulla responsabilità della donna, la cui posizione verrà vagliata nel contraddittorio processuale.




