Cannes 2026, Léa Drucker e la sindrome di “Robocop” nella corsa alla Palma d’oro
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Che si chiami Gabrielle Conti o più semplicemente “Robocop” – come la chiamano, con un misto di rispetto e timore, i colleghi dell’ospedale parigino – il personaggio interpretato da Léa Drucker in La Vie d’une Femme è una macchina perfetta. Almeno fino a quando, quella macchina, non comincia a mostrare i primi segni di cedimento. Il secondo lungometraggio della regista Charline Bourgeois-Tacquet, presentato in concorso alla 79esima edizione del Festival di Cannes, non è solo un veicolo di straordinaria potenza per il talento della cinquantatreenne attrice francese; è anche la fotografia impietosa di un paradosso contemporaneo: quello di una donna che ha scelto di non avere figli per consacrarsi anima e Corpo alla chirurgia maxillo-facciale, e che proprio lì, nel cuore della sua scelta più radicale, scopre la voragine del vuoto.
L’anatomia di una donna “senza tempo”
Nell’affresco disegnato dalla regista (già rivelata dalla *Semaine de la Critique* nel 2021 con *Les Amours d’Anaïs*), Gabrielle è a capo di un reparto, gestisce interventi complessi, amministra il personale e torna a casa da un marito che la ama, circondata da figli che non sono suoi perché lei ha rifiutato la maternità. Una vita piena, insomma, così piena da ricordare certe esistenze maschili raccontate dal cinema: dove il lavoro è un tempio e la sfera privata un semplice annesso. La svolta, come spesso accade nella migliore tradizione cinematografica d’Oltralpe, arriva in punta di piedi: una scrittrice (Mélanie Thierry) si insinua nel suo reparto per documentarsi, e con lei irrompe la necessità improvvisa, quasi fisiologica, di fermarsi. È qui che la messa in scena di Bourgeois-Tacquet – tra capitoli che frammentano la routine e dialoghi secchi – smonta la corazza della protagonista, rivelando non una crisi isterica, ma una stanchezza silenziosa. Quella di chi, avendo costruito tutto, si accorge di non avere un posto dove sedersi.
La partita a due tra regista e interprete
Se il film è riuscito a catalizzare l’attenzione della critica sulla Croisette, il merito è in larga parte della simbiosi tra la macchina da presa e Léa Drucker. L’attrice, che lo scorso anno era già passata da Cannes con *Dossier 137* senza portarsi a casa la Palma, sembra aver perfezionato l’arte di raccontare la fragilità attraverso la rigidità. Non c’è nulla di gratuito nella sua interpretazione: le occhiaie non sono trucco, gli slanci sono nervosi, la bellezza è imperfetta e reale. Questo realismo si scontra, inevitabilmente, con la tradizione del cinema italiano dove, come notano molti osservatori sul campo, la quantità e la qualità dei ruoli femminili maturi scarseggia. Non una questione di talento, si badi bene, ma di scrittura: mentre il cinema francese costruisce ponti narrativi per donne in carriera o in crisi – basti guardare le altre contendenti al premio come Marion Cotillard, Isabelle Huppert o la stessa Léa Seydoux – da noi l’offerta resta sporadica, relegando spesso le grandi interpreti a comprimarie di lusso.
Chirurgia dell’anima e rimodellamento identitario
C’è un dettaglio tecnico che rende *La Vie d’une Femme* un’opera particolarmente astuta: la professione della protagonista. Ricostruire i volti sfigurati dai traumi è una metafora fin troppo chiara della necessità di rimodellare la propria identità quando la vita ti mette alle corde. Eppure, la regista non cade nella trappola del psicologismo facile. Gli imprevisti che sconquassano l’esistenza di Gabrielle – un’attrazione improvvisa, un lutto, l’abbandono – vengono trattati con la stessa asettica urgenza di una chiamata in sala operatoria. Il risultato è un film che non giudica la scelta di non essere madre né celebra l’emancipazione a tutti i costi, ma si limita a osservare il cortocircuito emotivo di una generazione di donne che hanno imparato a funzionare, dimenticando come sentirsi. Sulla Croisette, dove il vento della politica e dello star system soffia forte, la candidatura di Drucker rimane una delle più solide: il ritratto di una “signora che lavora” che, nel tentativo disperato di riguadagnare tempo per sé, finisce per restituire allo spettatore uno specchio in cui riconoscersi, con tutte le crepe del caso.




