La pagella del Mereghetti, Léa Drucker e la lotta quotidiana di una donna che cerca di tenere tutto sotto controllo (voto 7 ½)
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Da una parte e dall’altra del mondo, le donne sembrano condannate a fare i conti con qualcosa che finisce per insidiare, se non per contrastare, il loro diritto a scegliere come vivere. Nel Giappone che Kōji Fukada ha raccontato con Nagi Notes (Appunti a Nagi), quel qualcosa assume le forme di un reticolo fitto di norme, tradizioni e doveri, i quali soffocano ogni tipo di spontaneità – e quindi di libertà. Quando Yuri, ex modella e architetta divorziata interpretata da Ishibashi Shizuka, raggiunge la sua ex cognata Yoriko (Matsu Takako), scultrice e orgogliosamente celibe, si intuisce che non si tratta soltanto di una visita di piacere. C’è un bisogno, forse una resa dei conti silenziosa, con quello stesso sistema che ha contribuito a logorare il suo matrimonio e che ora, nella quiete apparente della casa di Yoriko, riemerge come una crepa nel muro dell’esistenza quotidiana. Nessuna delle due sembra aver trovato una via d’uscita definitiva; semmai hanno imparato a coabitare con l’attrito, trasformandolo in una sorta di grammatica personale.
La frenetica quotidianità di una chirurga alle prese con priorità lavorativa e incombenze sentimentali
È un’altra geografia, ma il medesimo conflitto, quello che Charline Bourgeois-Tacquet mette in scena ne *La vie d’une femme*, presentato in concorso a Cannes 79. Qui la protagonista, Gabrielle (un’intensa Léa Drucker), è una chirurga a capo di un’équipe nell’impoverita sanità pubblica francese. Corre, e lo fa letteralmente: dai reparti alla sala operatoria, da una riunione all’altra, mentre il cellulare vibra per messaggi di un’ex compagna o per le incombenze burocratiche che nessuno vuole gestire. Il soprannome con cui la chiamano sia a casa sia al lavoro dice tutto: «Robocop». Una macchina, forse, ma una macchina che mostra segni di usura. Perché la gestione iper-razionale della propria vita – quella che Bourgeois-Tacquet aveva già sfiorato con l’anima svampita e quasi sospesa ne *Gli amori di Anaïs* (dove c’erano Demoustier e Valeria Bruni Tedeschi) – qui diventa un’implacabile sequenza di scelte obbligate. Gabrielle non ha il lusso di perdersi in una nuvola; deve restare a terra, e calcola ogni mossa come se fosse un intervento chirurgico.
Robocop e la «mistica della martire» nel rapporto con il collega Kamyar
Il fianco a fianco con il collega Kamyar (Laurent Capelluto) è uno dei nuclei più riusciti del film. Lui non condivide il suo attaccamento stakanovista alla professione – lo definisce, con una punta di ironia clinica, «la mistica della martire» – ma tra i due si intuisce qualcosa di più di una semplice alleanza lavorativa. Forse un passato, forse un desiderio sopito, forse soltanto la consapevolezza che, nella giungla della sanità pubblica, l’unica forma di tenerezza concessa è quella che si misura in turni di notte e caffè bevuti in piedi. Bourgeois-Tacquet struttura il racconto in undici capitoli, come un romanzo. La vita di una donna, scrive la regista, forse non una come tante ma nemmeno poi così rara. E la rarità, semmai, sta nel modo in cui Gabrielle si rifiuta di cedere alla retorica del sacrificio. Non è una martire, è qualcuno che ha semplicemente smesso di distinguere tra urgenze vere e finte.
L’equilibrio leggero del desiderio: Léa Drucker come una Huppert dai tratti diversi
Léa Drucker è una di quelle attrici che, letteralmente, *fanno* il film. Un po’ come Isabelle Huppert, anche se con una cifra del tutto differente: là dove Huppert spesso incarna l’astrazione del controllo, Drucker ne mostra la fatica muscolare, il sudore sulla nuca prima di entrare in sala operatoria. È lei a dare vita al personaggio protagonista, e di colpo il film diventa il suo centro, una vertigine, la forza di attrazione – complice e mai autoritaria – che porta con sé il movimento delle immagini, fa battere il ritmo, è conflitto e seduzione, forza e dolcezza. Lo avevamo già visto lo scorso anno a Cannes ne *Il caso 137* di Dominik Moll, dove interpretava una poliziotta incaricata di investigare sull’operato di altri poliziotti. Anche lì, le sue certezze venivano messe in discussione pian piano, una dopo l’altra. Qui il campo di battaglia è interiore, e non c’è nessuna inchiesta ufficiale a decretare la verità. C’è solo lei, Gabrielle, e la domanda che non smette di rincorrersi: fino a che punto si può tenere tutto sotto controllo, prima che sia il controllo a tenere te?




