Il caso Regeni ferma i fondi al film, Mereghetti e Galimberti lasciano la commissione
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Redazione Interno
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La vicenda giudiziaria e politica del ricercatore italiano ucciso al Cairo nel lontano 2016, una ferita ancora aperta nell’opinione pubblica per la mancanza di colpevoli definitivi, torna a far discutere il mondo della cultura. Stavolta, però, il movente non è una nuova inchiesta o un colpo di scena nei verbali egiziani, ma un’esclusione che sa di bomba carta lanciata nel cuore del ministero della Cultura. Il documentario “Giulio Regeni, tutto il male del mondo” – opera del regista Simone Manetti, già fresco del riconoscimento del Nastro della Legalità 2026 – è stato giudicato dagli esperti nominati dal ministro Alessandro Giuli non meritevole di ricevere alcun finanziamento pubblico. Una doccia fredda per la produzione (curata da Fandango e Ganesh) che, nonostante una distribuzione già avviata nelle sale e l’adesione di ben 76 università italiane all’iniziativa promossa dalla senatrice Elena Cattaneo, si è vista scivolare al trentaseiesimo posto della graduatoria, piazzandosi come il primo degli esclusi.
La scelta della commissione – che ha preferito indirizzare le risorse verso altri trentacinque progetti – ha immediatamente innescato una scossa tellurica all’interno dello stesso organo di valutazione. Tanto che il critico cinematografico del ‘Corriere della Sera’ Paolo Mereghetti e lo story editor Massimo Galimberti hanno scelto la via delle dimissioni, formalizzando le proprie rinunce con effetto immediato. Il primo, pur non facendo parte della sottocommissione che ha materialmente bocciato il docufilm, ha parlato chiaramente di una questione di coerenza, sottolineando la propria distanza da certe modalità operative; il secondo, reduce da anni di collaborazione con le istituzioni, ha invece evocato una sorta di “incompatibilità ambientale”, un’insanabile difformità di vedute sui criteri di valutazione che, a suo avviso, finirebbero per stravolgere il senso stesso del sostegno alla cultura.
Le crepe nel sistema e il caso politico
Il malcontento non si è però fermato ai confini della commissione, tracimando rapidamente nell’aula parlamentare dove le opposizioni hanno fiutato l’odore di uno scontro di fondo. Il Partito Democratico, con una interrogazione a prima firma della segretaria Elly Schlein, ha chiesto conto e ragione di un’esclusione che appare, nelle sue parole, “priva di adeguata motivazione” e di difficile comprensione per un’opera dall’evidente valore civile. I dem non hanno esitato a collegare il caso alla più ampia riforma del sistema di finanziamento voluta dall’attuale esecutivo, una riforma che – secondo la loro lettura – avrebbe aumentato la discrezionalità politica a scapito della trasparenza e dei meccanismi automatici.
Dello stesso avviso Riccardo Magi di Più Europa, il quale ha ipotizzato due scenari ugualmente devastanti per la credibilità dell’ente: o la commissione ministeriale è colpevolmente incompetente, oppure c’è stato un mandato politico a monte per affossare l’opera. La pensa allo stesso modo il deputato di Avs Angelo Bonelli, che ha parlato senza mezzi termini di “bavaglio” e di censura, sostenendo che si voglia ostacolare la diffusione di una memoria scomoda per gli equilibri internazionali del governo. Di fronte a questa pressione trasversale, il ministro Giuli sarà chiamato a rispondere domani durante il question time alla Camera, in un confronto che promette scintille.
La reazione degli autori e il merito artistico
A gettare ulteriore benzina sul fuoco è stata la nota congiunta del Coordinamento delle associazioni di autori e autrici, un fronte compatto che riunisce sigle come 100autori, Anac e Wgi. Pur dichiarando di non voler entrare nel merito delle singole valutazioni comparative – una prudenza quasi obbligata per non cadere nella stessa logica settaria – gli autori hanno rivendicato il diritto di esprimere un giudizio su un’opera già compiuta e pubblicamente applaudita. La loro tesi è netta: la quasi totalità della critica ha riconosciuto nel film di Manetti un’opera necessaria, dal forte valore testimoniale e dal coraggio di affrontare un tema ancora scottante per l’opinione pubblica.
Di conseguenza, hanno bollato l’esclusione non solo come penalizzante per il regista e la produzione, ma come il sintomo di un male più profondo: la mancanza di competenze specifiche all’interno delle sedi deputate a giudicare. “La lettura e la valutazione di una sceneggiatura – si legge nella nota – così come il giudizio su un’opera documentaristica complessa, richiedono competenze specifiche e consolidate”. Un affondo che suona come una sfida diretta alla dirigenza del Mic, rea, secondo le associazioni, di non aver rispettato i criteri di massima trasparenza nella nomina degli esperti, nonostante la presenza di alcune figure di indubbio alto profilo.
Il paradosso di un’opera già premiata
A rendere la vicenda paradossale, agli occhi degli osservatori, è la tempistica. A differenza di molti progetti finanziati sulla carta, “Tutto il male del mondo” è già stato realizzato, proiettato e ha persino vinto un premio dedicato proprio alla legalità. Il produttore Domenico Procacci, in un intervento a caldo, ha liquidato la vicenda come una “scelta esclusivamente politica”, sottolineando come sia assurdo parlare di mancato merito artistico per un prodotto che ha già dimostrato il proprio valore sul campo.
Procacci, il cui lavoro di Fandango non riceverà un euro da questa operazione, ha comunque voluto mandare un segnale di fiducia al pubblico, certo che la pellicola troverà ugualmente la sua strada nelle piattaforme (come Sky o Rai) e nelle coscienze degli spettatori, scavalcando il giudizio negativo della burocrazia. Il dibattito, ormai, non riguarda più soltanto il mancato assegno per Manetti, ma l’identità stessa del cinema italiano: se debba essere un servitore dello Stato o un cane sciolto libero di abbaiare contro i potenti, anche quando questi ultimi tengono in mano il portafogli delle tasse.




