Tomaso Montanari: la leva volontaria normalizza l'idea di guerra, mentre il sondaggio rivela un paese diviso

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La proposta di una leva militare volontaria, annunciata dal ministro della Difesa Guido Crosetto, viene interpretata da alcuni osservatori non come un mero strumento di politica della difesa, bensì come un segnale culturale di portata più ampia. Tomaso Montanari, rettore dell'Università per stranieri di Siena, ha espresso un giudizio particolarmente severo nel corso della trasmissione Otto e mezzo su La7, sostenendo che tale iniziativa, al di là delle intenzioni dichiarate, “prepara l'opinione pubblica all'idea che la guerra sia normale”. Secondo la sua analisi, si tratterebbe di un passaggio che, abbinato alla scelta di figure provenienti dall'industria degli armamenti per ruoli di governo, riflette una deriva semantica e sostanziale: “il rischio è che succeda quello che Trump dice con onestà, visto che chiama il Pentagono il ministero della Guerra e non più della Difesa”.

Il quadro che emerge dalle rilevazioni demoscopiche

Parallelamente al dibattito sulle implicazioni etiche e sociali della leva, le indagini demoscopiche fotografano un'opinione pubblica italiana profondamente divisa, se non polarizzata, sul tema del servizio militare in generale. Un sondaggio Izi, presentato nel programma L'Aria che Tira, ha evidenziato come il 47% degli intervistati si dichiari favorevole al ritorno della leva obbligatoria, una percentuale significativa che suggerisce un malessere diffuso verso la percezione di un vacillante senso civico. La stessa ricerca, condotta in un contesto geopolitico percepito come instabile e carico di tensioni, indica invece uno scarso consenso per l'opzione volontaria, appoggiata da appena un intervistato su cinque.

Una frattura sociale oltre i numeri

I dati, peraltro, trovano un riscontro in un'altra rilevazione, quella curata dall'istituto Remtene per conto della Presidenza del Consiglio, la quale conferma la persistenza di un sentimento nostalgico verso il servizio di leva obbligatorio, abolito ormai da due decenni. All'affermazione secondo cui “il servizio militare obbligatorio dava un senso civico e della nazione ai cittadini che oggi non c'è più”, una maggioranza degli italiani ha risposto esprimendo accordo. Questo dato, se da un lato sembra riflettere una critica verso l'attuale coesione sociale, dall'altro svela una frattura nel paese: mentre quasi la metà della popolazione guarda con favore a un ritorno al passato, l'altra metà vi si oppone, creando un equilibrio precario che rende difficile qualsiasi scelta politica netta in un senso o nell'altro.

Tra retorica bellica e ricerca di identità

Il confronto, dunque, si svolge su due piani distinti ma intrecciati. Da una parte c'è la riflessione, come quella proposta da Montanari, che mette in guardia dalla normalizzazione di un lessico e di una prassi bellica, anche attraverso strumenti apparentemente neutri. Dall'altra, emerge dalle cifre un disagio sociale palpabile, una ricerca di punti di riferimento e di identità collettiva che una parte non trascurabile degli italiani associa, forse idealizzandolo, al modello del servizio militare obbligatorio. La discussione pubblica, pertanto, oscilla tra la paura di sdoganare la guerra come evento ordinario e il desiderio di ritrovare, in un'epoca percepita come fluida e insicura, quei legami comunitari che si ritenevano propri di un'organizzazione sociale ormai superata.

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