Kaufmann aggredisce le guardie nel carcere di Rebibbia
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Redazione Interno
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Francis Kaufmann, l'uomo accusato del duplice omicidio di Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda, la cui vita è stata stroncata all'età di undici mesi lo scorso giugno nel parco di Villa Pamphili, ha rivolto la sua violenza contro il personale di sorveglianza. L'episodio, che ha portato a un nuovo capitolo giudiziario per il detenuto, è avvenuto nel pomeriggio di domenica 9 novembre all'interno del penitenziario romano di Rebibbia, dove Kaufmann è recluso dal mese di luglio. A rendere nota l'aggressione è stato il sindacato Osapp, il quale ha riferito, con un comunicato dettagliato, che l'accusato ha ferito alcuni agenti durante un tentativo di riportarlo nella sua cella.
Il rifiuto di rientrare in cella
Secondo la ricostruzione fornita dall'organizzazione sindacale, l'ira di Kaufmann si è scatenata al termine del consueto periodo di aria concessogli. L'uomo, che si era presentato come un regista americano prima che le indagini sul terribile ritrovamento nel parco lo conducessero in carcere, ha improvvisamente dato in escandescenze, opponendo un netto rifiuto all'ordine di rientro. Quel momento di ordinaria amministrazione carceraria si è così trasformato in un conflitto fisico, durante il quale la sua reazione, descritta come furiosa e incontrollata, ha avuto come obiettivo gli operatori della polizia penitenziaria lì presenti.
Le ferite riportate dagli agenti
La collera di Kaufmann, che non ha mai voluto rispondere alle domande del gip durante le audizioni, si è concretizzata in un'aggressione fisica che ha causato lesioni a diverse guardie. Sebbene i dettagli sulle dinamiche precise non siano stati divulgati per intero, il sindacato ha tenuto a sottolineare la gravità dell'accaduto, denunciando l'episodio come un atto di violenza ingiustificato verso pubblici ufficiali. Alcuni di loro, si apprende, hanno riportato ferite che hanno reso necessario un intervento medico, seppur per fortuna di carattere non grave.
Un profilo di violenza che persiste
Questo ennesimo fatto di sangue, seppur di natura differente rispetto all'accusa principale che gli viene mossa, delinea un profilo di un individuo la cui propensione all'uso della forza bruta sembra non essersi esaurita fra le mura dell'istituto di pena. La sua detenzione, che procede nell'attesa degli sviluppi processuali per il femminicidio della compagna e della bambina, è ora segnata anche da questo nuovo procedimento. L'episodio, peraltro, riaccende i riflettori sulle condizioni di sicurezza all'interno delle carceri e sui rischi corsi quotidianamente dagli agenti, i quali si trovano spesso a dover gestire situazioni di tensione estrema.




