Villa Pamphili, la follia acuta ferma il processo: Kaufmann in struttura psichiatrica con piantonamento h24

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È un’ombra lunga undici mesi quella che si allunga ancora una volta sull’aula della prima Corte d’Assise di Roma, dove il percorso giudiziario per il duplice omicidio di Villa Pamphili ha subito una battuta d’arresto tanto radicale quanto prevista dagli sviluppi della perizia. I giudici, recependo le risultanze della consulenza psichiatrica affidata al professor De Girolamo e alla dottoressa Pezzuolo, hanno disposto la sospensione del procedimento nei confronti di Francis Kaufmann, il cittadino americano di 46 anni accusato di aver ucciso la compagna Anastasia Trofimova e la figlia Andromeda, una bambina che al momento del ritrovamento dei corpi – avvenuto il 7 giugno dello scorso anno – aveva lo stesso numero di mesi della fase lunare che scandiva i giorni dell’orrore. L’uomo, che si è sempre presentato anche con l’alias Rexal Ford, lascerà dunque il carcere, ma non per tornare in libertà: il provvedimento ne ordina il trasferimento coatto in una struttura del Servizio Psichiatrico Ospedaliero di Diagnosi e Cura (SPDC) del Lazio, dove dovrà rimanere sotto osservazione per almeno trenta giorni.

La diagnosi del “disturbo acuto” e lo stop al dibattimento

La decisione dei giudici, che hanno rinunciato temporaneamente a celebrare il processo per il duplice femminicidio aggravato dall’occultamento dei cadaveri e dal legame affettivo con le vittime, si fonda su una diagnosi precisa: quella di un “disturbo psicotico acuto e transitorio”. Secondo la relazione, che l’accusa aveva tentato di contestare invano paventando il rischio di simulazioni o di una “geniale messa in scena” da parte dell’ex regista, le facoltà mentali dell’imputato sarebbero allo stato dei fatti del tutto incompatibili con la capacità di partecipare al dibattimento. La Corte ha infatti rilevato nell’uomo una marcata incapacità di organizzare il pensiero formale, accompagnata da un deficit profondo nel controllo degli impulsi. Una condizione, quella descritta dai periti, che viene definita reversibile: la speranza clinica è che una terapia farmacologica mirata, eventualmente anche somministrata in via coattiva per superare la presunta resistenza dell’assistito, possa ricondurre il quadro psicotico a una fase di remissione nell’arco di poche settimane.

Le condizioni della custodia: sorveglianza continua e cure forzate

L’ordinanza firmata dai giudici non si limita a sospendere il processo, ma ridefinisce lo stato di detenzione di Kaufmann. Sebbene lasci il contesto carcerario di Regina Coeli (dove era rinchiuso spesso in regime di isolamento), l’uomo non godrà di alcuna attenuazione della sorveglianza. Al contrario, è stato disposto un piantonamento continuativo 24 ore su 24 a cura della polizia penitenziaria all’interno della struttura sanitaria. Questa misura, specifica l’ordinanza, mira a prevenire tanto il pericolo di fuga quanto eventuali condotte auto o etero lesive. Dal punto di vista sanitario, gli viene riconosciuto il diritto a superare la “barriera linguistica” per favorire un’alleanza terapeutica, ma il dispositivo chiarisce che i sanitari potranno procedere con modalità coercitive se l’imputato dovesse reiterare il rifiuto delle cure manifestato nei mesi scorsi, accusato di aver sempre detto “no” ai farmaci proposti in cella.

L’accusa respinta e la frizione con le parti civili

Il percorso che ha portato alla sospensione del processo ha visto uno scontro tecnico aspro tra le parti. Se la difesa, rappresentata dall’avvocato Paolo Foti, aveva da tempo sollevato dubbi sulla tenuta psichica dell’assistito (lamentando l’impossibilità di instaurare un colloquio minimamente coerente), l’accusa e alcune parti civili hanno provato a contrastare la perizia. In particolare, i consulenti della criminologa Roberta Bruzzone avevano sostenuto la tesi della “simulazione”, bollando i comportamenti di Kaufmann come una recita costruita per ottenere un vantaggio processuale. La Corte, tuttavia, ha rigettato queste osservazioni definendole “parziali” e viziate da un “bias di conferma”, preferendo affidarsi alle evidenze degli psichiatri che hanno avuto accesso diretto e continuativo all’imputato nei mesi di detenzione. La procura, rappresentata dal sostituto Antonio Verdi, aveva messo in guardia dal rischio che accogliere la sospensione equivalesse a “consegnare le chiavi del processo” all’imputato, timore che però non ha trovato spazio nelle valutazioni finali del collegio giudicante.

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