La rivolta delle cancellerie contro Kallas: Parigi e Berlino vogliono smantellare la diplomazia Ue

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Da Berlino a Parigi, passando per le cancellerie dei paesi fondatori, il malcontento nei confronti di Kaja Kallas, l’Alta rappresentante per la politica estera, non è più un segreto per nessuno a Bruxelles. Anzi, a rivelare il livello di tensione ormai insostenibile – che cova da mesi sotto la superficie patinata del quartiere europeo – ci ha pensato il Financial Times, raccogliendo il malumore di cinque alti funzionari che descrivono il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) come un organismo ormai «disfunzionale».

La questione, a quanto pare, non riguarderebbe solo semplici screzi personali con l’ex premier estone, ma una vera e propria crisi strutturale: «Il problema è strutturale – ha dichiarato uno di questi funzionari – e quindi la struttura va ricostruita da capo».

Il fronte franco-tedesco e lo “smembramento” del ministero degli Esteri Ue

L’offensiva, coordinata principalmente da Parigi e Berlino, mira a ridimensionare drasticamente il peso del Seae, quel “ministero degli Esteri” comunitario che ogni anno brucia un budget di un miliardo di euro senza però garantire, a detta dei critici, quella reattività geopolitica che il vecchio continente si aspetterebbe in piena turbolenza internazionale.

Le indiscrezioni, pubblicate l’11 giugno 2026, delineano uno scenario piuttosto netto: trasferire i poteri chiave dalla diplomatica Kallas alla Commissione e agli stati membri, riducendo di fatto l’autonomia del rol duplice (che risponde sia ai governi che all’esecutivo Ue) e allentando la sua morsa sulla rete delle 140 delegazioni diplomatiche sparse per il mondo.

La sensazione, tra i funzionari interpellati, è che il rischio concreto sia quello di vedere il Seae letteralmente «fatto a pezzi» («torn apart»), con le sue funzioni – come la gestione delle sanzioni o delle missioni militari – risucchiate nell’orbita del Consiglio o della Commissione stessa.

La guerra fredda tra von der Leyen e Kallas

Se da un lato i grandi stati membri chiedono più efficacia, dall’altro questa battaglia istituzionale è il riflesso di una rivalità personale e politica ormai quasi biennale tra Kaja Kallas e Ursula von der Leyen; la presidente della Commissione, forte del suo ruolo di “presidente geopolitica”, ha già da tempo scavalcato la collega sulla gestione del conflitto ucraino, spingendo per la creazione di un’unità di intelligence parallela che risponda direttamente a palazzo Berlaymont, una mossa che la titolare del Seae ha sempre osteggiato.

A gettare ulteriore benzina sul fuoco – già ardente per queste lotte di potere – ci hanno pensato le dichiarazioni poco ortodosse della stessa Kallas. Nel corso di un vertice tenutosi a Città del Messico tra il 20 e il 22 maggio, l’Alta rappresentante avrebbe infranto ogni regola del tatto diplomatico paragonando le politiche di Israele verso i palestinesi al Sudafrica dell’apartheid.

La gaffe su Israele e lo stillicidio di errori diplomatici

Un’uscita, quest’ultima, che ha scatenato l’ira delle diplomazie europee, poiché non riflette assolutamente la linea ufficiale dell’Unione (la quale, pur critica verso Tel Aviv, rigetta nettamente l’accusa di apartheid). Un alto diplomatico, citato da Euractiv, ha commentato l’episodio definendolo «un grosso problema», soprattutto perché Kallas parlava a nome dei Ventisette in un contesto ufficiale e riservato.

Non è l’unico lapsus a costarle caro: poche settimane prima, in una riunione informale a Limassol, l’ex premier estone aveva dichiarato erroneamente che gli americani avevano abbandonato Kiev su richiesta russa, un’imprecisione fattuale che ha fatto infuriare gli alleati.

Questi passi falsi, uniti a una certa tendenza – lamentata da più parti – di esprimere «opinioni personali» su dossier delicati come i rapporti con la Cina prima ancora che i governi avessero dato il loro benestare, hanno accentuato la sensazione che la struttura guidata da Kallas sia semplicemente fuori controllo.

Mentre il futuro del Seae pende letteralmente da un filo, nelle cancellerie si discute se sia possibile attuare questa riforma senza passare dalla spinosa procedura di modifica dei trattati (un’impresa che richiederebbe l’unanimità dei Ventisette).

Ciò che appare chiaro, leggendo il rapporto pubblicato dal Ft, è che la parabola di Kaja Kallas sembra giunta al capolinea: criticata dai pesi massimi, insidiata dalla sua stessa presidente di Commissione e infine tradita dai propri passi falsi a livello internazionale, la “voce” dell’Europa si ritrova sempre più isolata, nell’attesa di conoscere se il suo ministero verrà smantellato pezzo per pezzo.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.