Acido a Peseggia, Dimoski fa il nome del mandante: «Non è gelosia»
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Redazione Interno
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L’aggressione con l’acido a Peseggia sarebbe stata commissionata e pagata, mentre la gelosia e le questioni sentimentali non avrebbero avuto alcun ruolo. È questa la versione fornita da Leo Dimoski, il 22enne macedone in carcere per aver aggredito Serena Clarich la sera del 26 giugno, durante l’interrogatorio di garanzia condotto giovedì 27 agosto dal gip Andrea Innocenti nel carcere di Santa Maria Maggiore, a Venezia. Davanti al giudice e alla sua avvocata, Marianna De Giudici, Dimoski ha parlato per oltre due ore e mezza e ha confermato l’esistenza di un mandante, indicando quindi una pista alternativa rispetto a quella legata alla gelosia.
Aggressione con l’acido, la pista del mandante
Secondo quanto emerge dalla versione del giovane, l’agguato del 26 giugno a Peseggia di Scorzè sarebbe stato un gesto su commissione, ordinato da un’altra persona e pagato in contanti. La cifra indicata è di 3.500 euro. Dimoski avrebbe dunque agito come esecutore dell’aggressione contro la 32enne veneziana, colpita con una sostanza corrosiva nei pressi della casa dei genitori. L’azione, ripresa in un video, si sarebbe consumata in 19 secondi: l’aggressore corre da lontano, raggiunge la donna, lancia l’acido e poi fugge. Il racconto reso nell’interrogatorio sposta così l’attenzione sull’identità e sul ruolo della persona che avrebbe organizzato e finanziato l’attacco.
La nuova ricostruzione esclude, nelle parole di Dimoski, alcuni collegamenti che erano stati presi in considerazione dopo l’aggressione. Il 22enne sostiene di non aver mai conosciuto l’amante romano della vittima, né l’ex moglie dell’uomo e neppure il loro figlio. In Italia sarebbe arrivato passando per Roma, ma senza poter contare nella Capitale su appoggi o contatti di qualsiasi genere. Proprio per questo, secondo la sua versione, Roma non sarebbe stata il punto d’incontro con il mandante che gli avrebbe affidato l’incarico di sfregiare la donna con l’acido.
Le conseguenze per Serena Clarich e le parole della madre
L’aggressione del 26 giugno ha provocato conseguenze gravissime a Serena Clarich, operatrice sociosanitaria di 32 anni. L’acido corrosivo le ha devastato volto, palpebra, collo, torace, seno e braccia, costringendola finora a sottoporsi a tre operazioni ricostruttive. Il fatto che Dimoski abbia ammesso l’esistenza di un mandante, negando però una matrice legata alla gelosia o a questioni sentimentali, introduce un elemento diverso rispetto alla pista inizialmente considerata. Resta centrale, nel racconto dell’indagato, il pagamento in contanti di 3.500 euro per compiere l’aggressione.
La madre della 32enne ha spiegato che la famiglia aveva ritenuto plausibile l’ipotesi secondo cui l’ex moglie dell’uomo legato sentimentalmente alla figlia potesse aver mandato qualcuno ad aggredirla davanti a casa. Dopo le dichiarazioni di Dimoski, la donna ha però sottolineato di aver pensato anche ad altre possibili spiegazioni, senza individuarne molte. La famiglia intende affidarsi a un legale che possa fare da tramite con le indagini. La madre ha inoltre raccontato di aver visto in televisione il video dell’aggressione alla figlia e ha chiesto che il giovane dica tutta la verità su quanto accaduto e su chi avrebbe ordinato l’attacco.
L’interrogatorio in carcere e la nuova ricostruzione
Le dichiarazioni di Dimoski sono state raccolte nel carcere veneziano di Santa Maria Maggiore durante un interrogatorio durato oltre due ore e mezza. Il giovane, assistito dall’avvocata Marianna De Giudici, ha ammesso la presenza di un mandante e ha separato in modo netto l’aggressione dalle ragioni sentimentali che erano state ipotizzate. La sua versione concentra quindi l’attenzione sull’incarico ricevuto, sul pagamento di 3.500 euro e sulla persona che avrebbe commissionato lo sfregio. Al tempo stesso, Dimoski nega di avere avuto rapporti con l’amante romano della vittima, con l’ex moglie di lui o con il loro figlio.
Il racconto introduce così una pista alternativa per l’aggressione con l’acido avvenuta a Peseggia, senza modificare la dinamica essenziale dell’attacco: l’appostamento vicino alla casa dei genitori della 32enne, la corsa verso la vittima, il lancio della sostanza corrosiva e la fuga. Il punto nuovo riguarda invece il movente indicato dall’esecutore e, soprattutto, l’esistenza di chi avrebbe pagato perché l’aggressione venisse compiuta. È su questo elemento che si concentra la versione resa dal 22enne nell’interrogatorio, mentre la famiglia di Serena Clarich attende che venga chiarita fino in fondo la verità sul mandante.
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