La madre a 49 anni e il seme del marito morto un decennio fa: un caso americano che in Italia sarebbe ancora impossibile

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Aviana Rose conoscerà il padre solo attraverso fotografie e i ricordi della madre, perché lui è morto più di un decennio fa. La storia dell’attrice americana Laura Orrico, conosciuta in serie-tv come Csi Miami, inizia nel 1999, quando, poco più che ventenne, conosce Ryan Cosgrove. Un colpo di fulmine, un matrimonio celebrato cinque anni più tardi, nel 2004, due carriere che procedevano parallele: lei nel cinema e in tv e lui graphic designer. La diagnosi di un tumore al cervello, arrivata nel 2007 quando di anni lui ne aveva appena trentuno, ha stravolto ogni progetto e ha fatto scattare in lui – letteralmente prima che le cure lo sterilizzassero – la volontà di preservare il proprio seme in una clinica per la fertilità, firmando le carte che avrebbero permesso a Laura di utilizzarlo anche dopo la sua scomparsa.

Il 5 febbraio 2026, Laura Orrico ha dato alla luce la sua prima figlia, Aviana Rose, concepita utilizzando il liquido seminale del marito Ryan Cosgrove, morto dieci anni fa. Il liquido seminale era rimasto congelato per 19 anni e custodito in una clinica per la fertilità. È solo l'incipit di una storia toccante, che l'attrice ha raccontato a Business Insider. L'annuncio della gravidanza era arrivato mesi prima, il 9 giugno del 2025, quando Laura Orrico era andata a far visita alla madre 79enne ricoverata in un centro di riabilitazione per sclerosi multipla e Parkinson: infilò un palloncino festoso in una busta della spesa, lo fece estrarre alla donna, e alla scritta “Congratulazioni?” rispose “Congratulazioni, nonna”.

L’ostacolo normativo italiano e la legge 40

Se questo lieto fine – frutto di quattro aborti spontanei subiti dalla coppia prima della morte di lui e di una lunga attesa da parte di lei, rimasta vedova a 38 anni – è stato possibile negli Stati Uniti, lo stesso scenario in Italia si scontrerebbe con un muro normativo quasi invalicabile. La legge 40 del 2004, che disciplina la procreazione medicalmente assistita nel nostro paese, al suo articolo 5 stabilisce che l’accesso alle tecniche è consentito solo a “soggetti maggiorenni di sesso diverso, coniugati o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi”. Il requisito della “vivenza” del partner è dirimente: al momento del trasferimento in utero dell’embrione, il padre biologico deve essere ancora in vita.

Non si tratta di una svista interpretativa. Il dettato normativo, sebbene sia stato eroso in altri punti da sentenze della Corte Costituzionale (come la rimozione del divieto di fecondazione eterologa nel 2014 o la cancellazione del limite dei tre embrioni), ha retto all’urto su questo specifico aspetto. Per quanto il consenso prestato in vita dalla coppia sia teoricamente vincolante, la legge italiana non contempla l’inseminazione post mortem, nemmeno quando il seme sia stato crioconservato prima delle terapie oncologiche che hanno portato al decesso. Nella pratica dei centri italiani, il decesso del partner prima del trasferimento determina l’impossibilità giuridica a procedere, anche se le banche del seme conservano il materiale biologico.

Il precedente americano e il valore del consenso presunto

Nel caso della Orrico, invece, la volontà espressa da Ryan Cosgrove prima di morire (e formalizzata in un documento notarile) ha avuto valore legale, scavalcan

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.