Il governo libanese e l’inerzia giudiziaria di fronte ai crimini di guerra
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Redazione Esteri
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La macchina bellica israeliana, dopo aver atteso il momento ritenuto più opportuno – e coinciso con il collasso del fronte interno iraniano e l’ascesa di un nuovo esecutivo a Damasco – ha ufficialmente messo in moto l’operazione di terra nel sud del Libano, come confermato dalle stesse Forze di Difesa israeliane nella giornata di lunedì. Si tratta, stando alle dichiarazioni ufficiali dello Stato ebraico, di incursioni “limitate e mirate”, studiata per estirpare le roccaforti di Hezbollah e istituire una zona cuscinetto che possa garantire una maggiore sicurezza ai centri abitati della Galilea, da troppo tempo esposti al lancio di razzi. Sul terreno, però, la situazione è tutt’altro che chirurgica: i reparti della 91esima Divisione si muovono in un territorio dove la distinzione tra miliziani e popolazione civile si fa sempre più labile, e gli ordini di evacuazione, spesso diramati con tempistiche che non lasciano scampo, hanno prodotto un esodo di massa, con centinaia di migliaia di persone costrette a fuggire verso nord, in una crisi umanitaria dai contorni sempre più drammatici. I numeri, del resto, parlano chiaro: oltre 680 vittime accertate, un bilancio destinato purtroppo a crescere, mentre i villaggi di confine si svuotano e diventano teatri di scontri a fuoco e bombardamenti.
In questo scenario di devastazione e violenza diffusa, colpisce l’atteggiamento delle autorità di Beirut, un silenzio che sa di resa, un’inerzia che si trasforma in complicità. Cinque organizzazioni non governative, tra cui sezioni locali e internazionali di Amnesty International e Human Rights Watch, hanno inviato una lettera aperta al ministro della Giustizia libanese, chiedendo atti concreti, non proclami. L’appello delle ong si scontra, però, contro un muro di gomma: manca una legge nazionale che qualifichi i crimini di guerra come reato perseguibile, e l’assenza di questa normativa impedisce di aprire quelle inchieste rapide, indipendenti e imparziali che sarebbero dovute scattare immediatamente dopo i primi attacchi contro obiettivi civili. Le vittime libanesi – si tratti di quelle colpite dai frammenti delle bombe a grappolo, come quelle mostrate nei video a infrarossi che documentano le esplosioni su Tel Aviv, o di quelle rimaste sepolte sotto le macerie dei raid – restano così senza giustizia, private della possibilità di vedere riconosciuto il proprio dolore e di ottenere riparazioni.
La strategia israeliana e la finestra di opportunità aperta dal caos regionale
L’offensiva in corso non è nata dal nulla, ma è il frutto di una lunga pianificazione strategica che ha aspettato il momento propizio per concretizzarsi. Israele, dal suo punto di vista, considera la minaccia di Hezbollah come un’idra dalle molte teste, un’organizzazione che, nonostante la perdita di pezzi pregiati della sua catena di comando, continua a disporre di un arsenale di razzi e missili sufficiente a paralizzare il nord del paese. L’occasione è stata offerta dalle proteste che hanno scosso l’Iran, il grande sponsor del Partito di Dio, e dal conseguente riorientamento delle priorità militari di Tel Aviv verso Teheran. Ora che il fronte iraniano è stato aperto e gli attacchi si susseguono a ondate, con l’uso di missili cluster che seminano morte e distruzione, l’esercito israeliano intende approfittare della debolezza del nemico per “finire il lavoro” nel sud del Libano, creando un cuscinetto di sicurezza che potrebbe estendersi fino al fiume Litani, se non oltre. La risposta di Hezbollah, per quanto ancora capace di lanciare centinaia di razzi in una singola raffica, appare meno coordinata del solito, segno che l’organizzazione sta pagando il prezzo dell’assedio e della perdita del suo principale alleato siriano.
Il nuovo corso siriano e il tradimento dell’alleato storico
A complicare ulteriormente la posizione di Hezbollah, e a lasciare il governo libanese ancora più isolato, è la metamorfosi della Siria. Ahmad Sharaa, l’ex comandante di Hay'at Tahrir al-Sham che ora siede a Damasco, ha operato un ribaltamento di alleanze che ha dello storico. Sostenuto in modo implicito da Washington, il nuovo leader siriano ha dichiarato guerra all’influenza iraniana e ha aperto di fatto un “fronte orientale” contro Hezbollah, schierando l’esercito regolare lungo la catena montuosa dell’Anti-Libano e impedendo il transito di armi e rifornimenti verso le milizie sciite. Per Hezbollah, che per anni ha combattuto e sacrificato i suoi uomini per tenere in piedi il regime di Assad, questo voltafaccia rappresenta un colpo al cuore, la perdita del proprio retroterra logistico. Il governo di Beirut, che già fatica a imporre la propria autorità, si ritrova così schiacciato tra l’incudine israeliana e il martello siriano, senza alcuna leva diplomatica per fermare le operazioni militari o per proteggere i propri cittadini.
L’inerzia legislativa e il vuoto di responsabilità
L’accusa mossa dalle ong, però, non si limita a denunciare l’incapacità del governo di fermare le ostilità, ma si concentra sull’omissione più grave: la mancata predisposizione di un quadro giuridico per perseguire i crimini. Il governo libanese, nonostante i proclami di sovranità e le condanne a parole, non ha ancora ratificato lo Statuto di Roma, né ha depositato una dichiarazione ad hoc per accettare la competenza della Corte Penale Internazionale sui crimini commessi sul suo territorio. Senza questi strumenti, le migliaia di pagine di rapporti, le immagini satellitari che mostrano interi villaggi rasi al suolo, le testimonianze dei sopravvissuti agli attacchi con il fosforo bianco, restano lettera morta, destinate a ingrossare gli archivi polverosi di qualche ministero. Le vittime di questi attacchi, che siano civili libanesi o i cittadini israeliani colpiti dai razzi in risposta, hanno diritto alla verità e a un risarcimento, ma questo diritto viene sistematicamente negato da una classe politica più attenta agli equilibri settari che alla tutela dei diritti fondamentali. La richiesta delle organizzazioni umanitarie è chiara: approvare una legge che includa i crimini di guerra nel codice penale, istituire un registro nazionale per documentare ogni singolo abuso e chiedere ufficialmente l’intervento della comunità internazionale. Richeste che, al momento, restano inascoltate.




