Industria italiana, l'inerzia di fronte al declino

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il trentaduesimo calo della produzione industriale su un arco di trentasei mesi, certificato dall'Istat, non rappresenta una semplice fluttuazione congiunturale ma il sintomo più evidente di una paralisi strategica. Pur di fronte a un processo di deindustrializzazione che, come un fiume carsico, erode da anni le fondamenta del sistema produttivo, l'esecutivo guidato da Giorgia Meloni sembra aver rinunciato a qualsiasi intervento strutturale, limitandosi a registrare, mese dopo mese, l'emorragia di valore e di capacità. Una rinuncia che si traduce nella perdita di interi segmenti di filiera, come nel caso dell'automotive, che nell'ultimo anno ha visto sfumare quasi il dodici per cento del suo output, e in un progressivo depauperamento del tessuto manifatturiero nazionale, privato di una visione chiara e degli strumenti per contrastare la competizione internazionale e le trasformazioni tecnologiche.

La fotografia di un rallentamento persistente

Le stime per il mese di ottobre, con il loro ulteriore segno negativo dell'uno per cento rispetto a settembre, confermano un rallentamento ormai cronico. La media del trimestre agosto-ottobre, in calo dello 0,9% rispetto al periodo precedente, dipinge un quadro di debolezza diffusa, che non risparmia quasi alcun comparto, eccezion fatta per quello energetico. Settori un tempo trainanti, come la moda e la chimica, mostrano affanno, mentre l'insieme del sistema industriale appare incapace di trovare una direzione di marcia, oscillando tra brevi spiragli di ripresa, come quello registrato a settembre e subito enfatizzato dalla propaganda di governo, e ricadute immediate che ne vanificano ogni ottimismo.

Dalla negazione alla proclamazione prematura

La gestione comunicativa della crisi ha seguito un copione preciso, che riflette un approccio più attento alla percezione che alla sostanza dei problemi. In una prima fase si è tentato di minimizzare la portata del declino industriale, quasi negandone l'esistenza; poi, al primo dato mensile in rialzo, si è precipitati a dichiararne la fine, salvo essere smentiti dai fatti del mese successivo. Questa altalena tra silenzi e annunci trionfalistici ha coinciso paradossalmente con momenti di celebrazione nazionale, come quello per il riconoscimento Unesco della cucina italiana, evidenziando un divario sempre più marcato tra l'immagine del paese e la sua realtà produttiva, tra simboli di eccellenza del passato e le difficoltà concrete del presente.

Le conseguenze di un'inerzia che si protrae

L'assenza di una politica industriale incisiva, che vada oltre la mera gestione dell'emergenza, sta producendo effetti tangibili e duraturi. La contrazione della produzione non è un dato astratto ma si traduce in una riduzione della capacità competitiva, in una perdita di posti di lavoro qualificati e in un indebolimento della base imponibile del paese. Il rischio concreto è che il declino, divenuto strutturale, renda sempre più difficile e costoso un eventuale recupero futuro, condannando intere aree del paese a una spirale di sottosviluppo. La situazione, insomma, richiederebbe scelte coraggiose e investimenti mirati, mentre l'azione di governo appare ferma al palo, incapace persino di arginare un fenomeno le cui cause, del resto, sono note da tempo agli osservatori più attenti.

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