Trump e gli insulti alle giornaliste: il linguaggio come strumento di potere

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A bordo dell’Air Force One, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha apostrofato con toni sprezzanti Catherine Lucey, giornalista di Bloomberg, che gli aveva rivolto una legittima domanda riguardante il caso Epstein, la vicenda del finanziere deceduto in carcere nel 2019 i cui documenti giudiziari coinvolgono, tra gli altri, anche il suo nome. L’episodio, nel quale sono risuonate le parole «Zitta. Zitta, porcellina», non costituisce un fatto isolato ma si inserisce in un preciso schema comportamentale, un modulo di comunicazione che, utilizzando un registro volutamente umiliante, mira a zittire l’interlocutrice e a deviare l’attenzione dal merito delle questioni sollevate.

Un pattern comunicativo consolidato

Quella contro la Lucey è soltanto l’ultima di una serie di esternazioni analoghe, che vedono il presidente ricorrere a un linguaggio offensivo e personale quando viene interpellato su argomenti spinosi, in special modo da giornaliste donne; in un’altra occasione recente, ha definito «una reporter terribile» una collega di ABC News, dimostrando come questa tendenza a reagire con insulti, piuttosto che con risposte sostanziali, stia diventando una consuetudine preoccupante. Questi fatti, al di là della loro gravità intrinseca, sollevano interrogativi più ampi sulle modalità di interazione tra le massime cariche dello Stato e la stampa, un rapporto che, fondato sul diritto di cronaca e sul dovere di trasparenza, appare sempre più compromesso da un clima di ostilità premeditata.

Le reazioni e il contesto più ampio

La risonanza pubblica di tali dichiarazioni ha generato un dibattito acceso, che travalica i confini della semplice polemica politica per investire temi come la libertà di stampa e le dinamiche di genere. L’intervento del governatore della California, Gavin Newsom, il quale ha replicato al presidente attraverso una campagna di immagini modificate con l’intelligenza artificiale, evidenzia come l’episodio sia stato percepito da molti come un attacco non solo alla persona della giornalista, ma a un principio cardine del dibattito democratico. La scelta di umiliare pubblicamente una professionista che stava svolgendo il proprio lavoro, del resto, assume un significato particolare se contestualizzata in un momento in cui il presidente si trovava accanto a personalità internazionali i cui governi sono noti per un approccio ben poco tollerante verso il giornalismo indipendente.

Il caso Epstein come punto dolente

Ciò che innesca sistematicamente queste reazioni così accese da parte del presidente sembra essere, in maniera specifica, ogni riferimento all’indagine su Jeffrey Epstein; la richiesta della giornalista di Bloomberg, come quelle di altre colleghe, era finalizzata a comprendere le ragioni della mancata pubblicazione integrale dei documenti legati al caso, una vicenda che continua a sollevare ombre e interrogativi irrisolti. L’immediata escalation verbale, che trasforma una richiesta di chiarimento in un’occasione per denigrare, suggerisce una particolare sensibilità sull’argomento, spostando il focus dalla sostanza delle inchieste giornalistiche alla persona del cronista, in una strategia che di fatto ostacola la circolazione delle informazioni.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.