La generazione d’argento che riaccende il motore: Furlani e Iapichino scrivono la storia a Torun

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Abbiamo guardato tutti dall’alto in basso senza vertigini né vergogna, dopo aver portato in Polonia l’atleta più giovane del Mondiale indoor più bello della nostra vita: 5 medaglie, di cui tre d’oro, terzo posto dietro Stati Uniti e Gran Bretagna, schizzata sul podio grazie al mezzofondo insegnato nelle scuole del regno da Coe, Ovett e Cram. Se con i suoi 16 anni Kelly Doualla, semifinalista nei 60 sbranati dalla sorellona maggiore Zaynab Dosso, ci traghetta già ai Giochi di Brisbane 2032, dove non avrà nemmeno 23 anni, e Andy Diaz, triplista trentenne, è stato il totem della spedizione, ci hanno pensato tre ragazzi nati tra il 2000 e il 2005 a garantirci il futuro.

L’argento che sa d’oro nella sabbia polacca

Dall’osservatorio di Torun l’Italia scruta astri d’argento nella galassia dell’atletica. La sabbia polacca consegna il medesimo metallo nel salto in lungo a Mattia Furlani e Larissa Iapichino, inchinatisi ai portoghesi Gerson Baldé e Agate De Sousa. Così gli azzurri sono terzi nel medagliere, alle spalle di Stati Uniti e Gran Bretagna, con 3 ori e 2 argenti: miglior piazzamento di sempre e bottino ricco come quanti altri mai. Una spedizione, quella guidata dal direttore tecnico Antonio La Torre, che aveva portato in Polonia ben 26 atleti, eguagliando il record di presenze individuali di Parigi 1997, con la consapevolezza di poter lasciare il segno. E così è stato, perché oltre ai titoli di Diaz, Battocletti e Dosso, i due secondi posti nel lungo hanno completato un quadro che sa di svolta epocale.

Mattia e Larissa, storie di misura e carattere

Due gare dall’andamento opposto, ma due splendidi secondi posti: entrambi gli azzurri hanno mostrato la stessa capacità di non sentire la pressione nel momento importante, riuscendo a migliorarsi e a fare un ulteriore salto avanti nell’Olimpo dello sport italiano. Mattia Furlani, campione del mondo in carica dopo il doppio oro della scorsa stagione tra Nanchino e Tokyo, ha dovuto fare i conti con un’influenza che lo ha debilitato nella notte prima della finale. Nonostante la spossatezza – e lui stesso ha raccontato di aver vomitato due volte – il saltatore delle Fiamme Oro ha tenuto fede al suo status, eguagliando il primato personale di 8.39 metri al quinto salto. Sembrava l’impronta del trionfo, ma dal cielo del Portogallo è planato Gerson Baldé, capace di migliorarsi di 14 centimetri all’ultimo balzo, firmando un 8.46 che ha spostato gli equilibri. Per Furlani, che con questo argento impreziosisce il settimo podio internazionale consecutivo a soli 21 anni, la medaglia ha il sapore amaro di un’occasione sfumata, ma l’autocritica del ragazzo – che in un’intervista ha confessato di rimproverarsi di non averci creduto abbastanza – lascia presagire una reazione d’orgoglio.

Dall’altra parte della pedana, Larissa Iapichino ha invece costruito la sua rimonta. La figlia di Fiona May, che nel corso della sua carriera si è già fatta notare sulle piste di tutto il mondo per salti da record, ha iniziato la gara in sordina, con misure timide e un nullo che facevano temere il peggio. Ma la ventitreenne, quasi pronta alla tesi in legge, ha saputo scrollarsi di dosso la pressione, migliorandosi salto dopo salto fino a raggiungere gli 6,84 al quinto tentativo. Nell’ultima serie, quel 6,87 è valso l’argento mondiale, la sua prima medaglia iridata dopo un quarto posto olimpico a Parigi e un percorso fatto di alti e bassi. “Ho pensato per un po’ di avere una sorta di maledizione con i Mondiali”, ha raccontato a caldo, sottolineando però la soddisfazione per aver lottato fino alla fine contro la portoghese Agate De Sousa, fermata a 6,92. Una prestazione, la sua, che conferma il valore di una scuola tecnica italiana capace di far crescere i talenti anche nelle discipline di salto.

Un futuro già presente

Certo il mondo chiuso in un palazzetto è più piccolo di quello del Mondiale all’aperto piazzato a Pechino nel 2027, dentro il Nido dell’Olimpiade di Bolt, dove dovremo convalidare le corse, i salti e i lanci. E c’è stato anche chi, come Leonardo Fabbri, ha vissuto una giornata storta: il settimo posto nel peso e la sensazione di un feeling mai trovato con la pedana portoghese restano un’amarezza che il gigante toscano ha affidato ai social, parlando di un “buco nero” da cui è determinato a uscire. Tuttavia, l’atletica italiana è viva e lotta insieme a noi anche senza impianti né piste indoor. Questa è la più importante ondata di giovani talenti, e il momento va sfruttato. A Marcell Jacobs, che qui a Torun nel 2021 con l’oro europeo in sala accese la miccia, il presidente Fidal Stefano Mei ha dedicato un pensiero: coach Camossi tornerà ad aprile a Jacksonville, ma entro maggio il campione olimpico dovrebbe stabilirsi in Italia in vista degli Europei di Birmingham di agosto. Quando rientrerà in Nazionale, il re di Olimpia troverà ragazzi adulti, sguardi seri e determinati, la vocazione da Fachira di Nadia, il filo di baffi di Mattia, Larissa con la tesi in legge e Zaynab pescatrice d’oro in Polonia come lui. Chi si ferma, qui, è perduto.

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